(foto: VALERY HACHE/AFP via Getty Images)

A chi non piacerebbe vivere più a lungo? Da Calico, la società di proprietà di Google che studia come allungare la vita fino a 500 anni (stando alle dichiarazioni del suo fondatore Bill Maris), alla Sens Research Foundation di Aubrey De Grey (che punta sulla longevità resa possibile dalla manutenzione costante dell’essere umano), fino ad arrivare ai progetti transumanisti che mirano a trasferire il cervello delle singole persone nel cloud e consentirci così di vivere per l’eternità (per quanto sotto forma di avatar virtuale): le società che, nelle loro differenze, hanno l’obiettivo di allungare a dismisura la durata della vita proliferano, grazie anche alle centinaia di milioni di dollari investiti da personalità del calibro di Peter Thiel, Jeff Bezos e Larry Page.

Se le ricerche attualmente in corso nel campo della biotecnologia dovessero avere successo – e riuscissero anche solo ad aumentare l’aspettativa di vita fino a 150 anni – ne saremmo tutti ben felici. O meglio, quasi tutti: Ezekiel Emanuel è un medico, docente all’università della Pennsylvania e ideatore di Obamacare – la riforma della sanità voluta dall’ex presidente degli Stati Uniti. È anche l’autore di un lungo saggio scritto nel 2014 con il titolo “Why I Hope to Die at 75” (perché spero di morire a 75 anni).

Un articolo controverso, che anche a causa della sua posizione politica scatenò infinite polemiche. In verità, il titolo non rispecchiava correttamente la posizione di Emanuel, la cui volontà non è di morire a 75 anni ma, più semplicemente, di smettere a quell’età di prendere medicine salvavita e lasciare così che la natura faccia il suo corso. Dalla pubblicazione di quell’articolo sono passati cinque anni e adesso Emanuel di anni ne ha 62. Avrà cambiato idea? “Direi proprio di no”, ha raccontato recentemente in un’intervista alla Mit Tech Review.

La ragione di una posizione così particolare si basa soprattutto su un assunto: se anche la medicina ci rendesse in grado di vivere più a lungo, questo non significa che gli anni guadagnati sarebbero degni di essere vissuti: “Nei primi anni Ottanta c’era la teoria secondo cui, vivendo più a lungo, saremmo stati in salute migliore. Del tipo: a 70 anni saremmo stati come i nostri genitori erano a 50. Ma se guardi ai dati, le cose non stanno così. Abbiamo sempre più disabilità. Gli anziani hanno sempre più problemi di salute e, per la maggior parte delle persone, il problema principale è quello del declino biologico delle funzioni cognitive”.

Sarà anche vero che i 40 anni sono i nuovi 30, ma quando l’età si fa notevolmente più avanzata – sostiene Emanuel, basandosi sui dati – i problemi dell’anzianità rimangono gli stessi e l’allungamento della vita non corrisponde a un allungamento degli anni trascorsi in buona salute. “Le persone che vogliono contestarmi spesso mi dicono: ‘Sai, mia zia Nellie è lucidissima anche a 94 anni eccetera. Ma queste sono eccezioni. Non ci sono molte persone che continuano a essere attive, intraprendenti e creative oltre i 75 anni. È un numero molto piccolo”.

Se anche riuscissimo a vivere fino a 150 anni, insomma, bisogna ancora capire come arriveremmo a quell’età. E se il rischio è di trascorrere metà della nostra esistenza in condizioni difficili, la prospettiva dell’allungamento della vita diventa decisamente meno appetibile. Ma non è tutto: “I politici dicono sempre: ‘I bambini sono la nostra risorsa più preziosa’, però poi nessuno si comporta in maniera conseguente”, prosegue Emanuel. Non investiamo nei bambini nella maniera in cui investiamo sugli anziani. Una delle statistiche che sottolineo sempre è che nel budget degli Stati Uniti viene speso un dollaro a favore di chi ha meno di 18 anni per ogni sette che vanno a persone che ne hanno più di 65”.

Se anche la situazione cambiasse e i progressi della scienza ci consentissero davvero di arrivare a 80 anni in salute come un 50enne (e così via fino a 150/200 anni), non avremmo comunque risolto i problemi che l’allungamento della vita pone. Oggi, l’età media dei senatori italiani è di 52 anni. Nel Regno Unito è di 51 e negli Stati Uniti di 50. Nonostante la giovane età dei vari Mark Zuckerberg della Silicon Valley, i Ceo delle principali aziende del mondo (secondo la classifica Fortune 500) hanno in media 53 anni. In poche parole, le persone di mezza età dominano il mondo. Da un certo punto di vista, ha perfettamente senso: ai giovani manca l’esperienza, i più anziani invece tendono a perdere colpi.

Ma se la mezza età di domani fossero gli 80 anni, cosa succederebbe alla società? “Il rischio è di esacerbare le disuguaglianze intergenerazionali che vediamo già oggi”, ha scritto Rebecca Roache, docente di Filosofia all’università di Londra. “Paragonati alle generazioni precedenti, i Millennial hanno meno soldi e più debiti. Fare sì che ogni generazione rimanga al potere più a lungo renderebbe le generazioni successive non solo più povere, ma con sempre meno potere. Come sarebbe avere 20 o 30 anni in una società in cui le persone vivono ben oltre i 100 e continuano a lavorare anche quando hanno 80 anni?”.

Una considerazione molto simile è stata fatta dallo storico israeliano Yuval Noah Harari, che in Homo Deus – considerando la possibilità di arrivare tranquillamente a 150 anni – scrive: “Non importa che tu sia uno studioso, un giornalista, un cuoco o un calciatore, come ti sentiresti se il tuo capo avesse 120 anni e le sue idee fossero state formulate quando la regina Vittoria era ancora sul trono? Nella sfera politica, gli esiti sarebbero ancora più sinistri. Provate a pensare di avere Putin ancora al potere per una novantina d’anni. Riflettendoci meglio, se le persone vivessero fino a 150 anni, allora nel 2017 (quando il libro è stato pubblicato, nda) Stalin sarebbe ancora al comando a Mosca, ben saldo sui 139. Il presidente Mao sarebbe un uomo di mezza età con i suoi 124 anni”.

Il concetto è chiaro: allungare la longevità a dismisura rischierebbe non solo di esporci a una qualità della vita sempre inferiore, non solo di rendere i giovani quasi dei fastidiosi intrusi, ma anche di rallentare l’evoluzione della società stessa. Come ha scritto il fisico Max Planck, la scienza procede un funerale per volta”: perché solo quando le generazioni precedenti si fanno da parte le nuove teorie hanno la possibilità di sostituire quelle vecchie. E per quanta nostalgia si possa avere dei politici vecchio stampo, oggi che siamo alle prese con Salvini, Di Maio e Marattin, immaginare che a plasmare la società siano ancora le idee di De Gasperi, Togliatti e Almirante (tutti arzilli vecchietti tra i 105 e 130 anni) non sarebbe proprio l’ideale. La frase largo ai giovani, che già è un auspicio che mai si realizza, verrebbe oggi pronunciata pensando a Romano Prodi e Silvio Berlusconi (Sergio Mattarella sarebbe probabilmente un giovane deputato in ascesa).

Ma c’è un altro aspetto su cui si riflette poco: avere la prospettiva di vivere per un tempo lunghissimo e addirittura – grazie al costante miglioramento delle biotecnologie – di vivere per sempre, non significa diventare immortali. Significa al massimo essere amortali. Vale a dire che non potremmo morire di vecchiaia, ma finiremmo comunque al cimitero se fossimo travolti da un camion. Riflettendo sulla vita che attenderebbe persone che hanno la prospettiva di vivere a tempo indeterminato, sempre Harari scrive: “[Questo] li renderà le persone più ansiose della storia. Noi mortali ogni giorno tentiamo la sorte con le nostre vite, poiché sappiamo che esse termineranno un giorno in una maniera o nell’altra. Ecco perché intraprendiamo scalate sull’Himalaya, nuotiamo in mare e facciamo molte altre cose pericolose come attraversare la strada o mangiare fuori casa. Ma se credi di poter vivere per sempre, sarebbe da pazzi assumersi rischi come questi”.

Magari un giorno vivremo fino a 500 anni. Il rischio è di arrivarci cercando di ricordare come si viveva bene in una società in cui si moriva ancora a un’età decente.

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