Patrick Spence, Ceo di Sonos (Foto: Stephen McCarthy/Sportsfile via Getty Images)

Sonos, l’azienda di speaker wi-fi e altoparlanti ad alta fedeltà statunitense, ha citato in giudizio Google in due diverse cause per un totale di cinque brevetti. L’accusa presentata alla corte federale di Los Angeles è che il colosso li avrebbe copiati. In particolare, Mountain View avrebbe replicato la tecnologia “multiroom”, quella che consente di collegare più dispositivi per farli suonare insieme e regolarne all’unisono alcuni parametri, dopo una partnership del 2013 legata a Google Play Music. Una tecnologia che, secondo la tesi di Sonos, Google avrebbe utilizzato prima nelle diverse versioni del dongle Chromecast, poi nei device Google Home e infine negli smartphone della famiglia Pixel, così come nel laptop Pixelbook.

Google è un partner importante con cui abbiamo collaborato con successo per anni, inclusa l’implementazione dell’Assistente Google sulla piattaforma Sonos lo scorso anno – ha spiegato il Ceo Patrick Spence a The Verge – tuttavia, Google ha copiato in modo palese e consapevole la nostra tecnologia brevettata per i suoi prodotti audio. Nonostante i nostri ripetuti ed estesi sforzi negli ultimi anni, l’azienda non ha mostrato nessuna volontà di lavorare insieme per una soluzione reciprocamente vantaggiosa”. Sonos punta da sempre sulla libertà di scelta proprio per sganciare i suoi dispositivi da un unico assistente – pur avendo acquisito di recente la startup parigina Snips – e molti dei suoi speaker sono compatibili praticamente con tutti i sistemi vocali in circolazione, dallo stesso Assistente Google, integrato proprio lo scorso novembre, ad Alexa di Amazon ma possono avvalersi anche della riproduzione da dispositivi Apple con Airplay 2.

Eppure, nonostante questa apparente quiete di superficie, il management ha spiegato al New York Times di aver faticato e di continuare a faticare non poco contro i tentativi di Google di sabotare questo suo approccio multipiattaforma o se si preferisce multiassistente. Tanto da accusare sia Big G che Amazon di aver più volte messo alle strette la società, obbligandola a costringere l’utente a scegliere di servirsi dell’uno o dell’altro assistente durante la fase di installazione dello speaker. Arrivando, nel caso di Google, a minacciare di negare l’uso del proprio sistema vocale qualora fosse stato appaiato a un concorrente. Cioè usato in modo in qualche maniera interscambiabile: bene la compatibilità, insomma, ma per i colossi devi scegliere se far parlare il tuo Beam o il tuo Sonos One con l’uno o l’altro assistente. Che in definitiva ne rappresenta il sistema operativo, un po’ l’equivalente di quello che sono Windows o ChromeOS per i pc o iOS e Android per gli smartphone.

Nel mirino c’è dunque anche Amazon, che pure secondo Sonos avrebbe violato i suoi brevetti sulla famiglia Echo. Tuttavia i manager hanno deciso di muoversi con una strategia ponderata, che eviti di affrontare due colossi tecnologici in tribunale nello stesso momento in un sicuro suicidio di risorse ed energie. Ovviamente Google e Amazon hanno negato le accuse allo stesso Times: “Siamo dispiaciuti che Sonos abbia avviato queste cause invece di continuare le negoziazioni in buona fede” ha spiegato un portavoce. “Rigettiamo queste accuse e ci difenderemo con forza”.

È chiaro che si va ben oltre i brevetti, pure importanti (Sonos ne avrebbe in realtà contestati un centinaio) anche perché in parallelo l’azienda californiana ha presentato una causa separata all’International Trade Commission in cui chiede il divieto di vendita dei prodotti di Google negli Stati Uniti. Nell’eventualità, un mezzo terremoto. Quelle cause sembrerebbero in realtà l’unica chiave a disposizione di Sonos, che certo non è una startup ma neanche un colosso paragonabile a Mountain View, per scendere a migliori patti.

Di più: per Sonos come per altri produttori, è la strada per contrastare la logica dei “giardini recintati” che continua a segnare le strategie di molti protagonisti del settore e con la domotica e gli assistenti vocali ha trovato un nuovo campo di battaglia. La creazione di ecosistemi verticali, che servono ovviamente a tenersi le proprie centinaia di milioni di utenti e a estrarne dati e informazioni utili, lascia infatti fuori quei player che vogliano offrire la massima scelta ai consumatori. Magari, in prospettiva, senza soluzione di continuità fra un assistente e l’altro. O, nel caso dei gadget domotici, senza doversi preoccupare di acquistare una lampadina o una videocamera compatibile con Apple HomeKit ma non con Google Home. Chiunque sia attrezzando casa in questo modo sa che deve fare molta attenzione per non sprecare i soldi o non essere costretto a usare mille applicazioni diverse.

Anche quando una soluzione si trova, questo sembra uscire dalle parole di Spence, il rapporto con i giganti costringe i produttori di hardware a lunghe vie crucis perfino quando il loro prodotto, com’è il caso di Sonos, sia indubbiamente di qualità. Spogliati come ci si ritrova delle tecnologie più importanti, la strada obbligata sarebbe dunque quella di abbassare i prezzi dei prodotti.

Ma c’è ancora di più. Sonos sostiene che dopo aver iniziato a contestare le violazioni dei brevetti Google avrebbe alzato l’asticella. Avrebbe cioè reso più stringenti le condizioni d’uso e gli accordi, obbligando per esempio l’azienda di speaker a notificarle le specifiche dei suoi nuovi prodotti – con i quali la stessa Google è in competizione, producendone di simili – sei mesi prima del lancio e non 45 giorni, come prima.

Com’è evidente c’è dunque la possibilità, anzi la quasi certezza, che quello degli assistenti vocali che hanno colonizzato le nostre abitazioni diventi un nuovo ring di confronto sui temi centrali della concorrenza, oltre che della privacy e della trasparenza, che già tengono banco da tempo sui presunti ascolti di quegli speaker, sui campionamenti ai fini di miglioramento dei servizi e così via. Su questi fronti rivedremo presto indagini, sentenze e maximulte come quelle che hanno segnato la storia recente della tecnologia di consumo, dalla storica bastonata a Windows alle più recenti sanzioni contro la stessa Google su diversi fronti, dallo shopping alle app pre-installate sul sistema operativo Android. Ma potranno bastare? O forse non ha definitivamente ragione chi – come la candidata dem alla Casa Bianca Elizabeth Warren – spinge per una frammentazione forzosa di questi colossi, per indebolirne gli interessi e le capacità di ricatto e aprire spazi di crescita alla concorrenza?

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