(foto: imaginima via Getty Images)

Ormai lo sappiamo a memoria. Durante la pandemia di Covid-19 le tre regole fondamentali sono: indossare la mascherina, mantenere il distanziamento fisico e lavare spesso le mani. Ma una distanza di almeno un metro è sempre sufficiente a proteggerci? Alla vigilia della riapertura delle scuole e di numerose attività lavorative, si riapre il dibattito scientifico su questo tema. Uno studio condotto dall’università di Oxford e del Massachusetts Institute of Technology (Mit), infatti, ha rilevato che spesso 1-2 metri potrebbero non essere sufficienti a difenderci: secondo la ricerca le goccioline di saliva – le ormai note droplet – emesse nei colpi di tosse, negli starnuti o quando si canta potrebbero raggiungere distanze molto superiori, anche fino a quasi 8 metri.

Per questo, spiegano gli autori, per fissare la distanza ideale bisognerebbe sempre considerare anche il contesto – se si tratta di ambienti chiusi o aperti e quanto sono aerati – la durata del contatto, la quantità di persone presenti, la forza con cui le goccioline di saliva sono emesse e altri elementi. In tal senso gli scienziati hanno pubblicato una tabella del rischio per regolarsi meglio e adattare il distanziamento alle varie circostanze. La ricerca è pubblicata sul British Medical Journal.

Come rendere flessibile il distanziamento

Lo studio mette in discussione una delle norme più diffuse e note a tutti: stare almeno a un metro di distanza uno dall’altro, soprattutto se non è possibile utilizzare le mascherine. Gli autori spiegano che questa assunzione è frutto di una semplificazione peraltro basata su studi storici relativi alla diffusione e ai meccanismi di trasmissione di altri virus, non di Sars-Cov-2. Pertanto gli scienziati ritengono che questa regola, che pure rimane valida, dovrebbe essere adattata a vari scenari e fattori contingenti. Con questo scopo hanno creato una tabella che con segnalazioni a semafori indica le occasioni a maggiore e minore rischio.

Distanziamento, la tabella del rischio

distanziamento
(tabella tratta da: BMJ 2020; 370:m3223)

In un ambiente chiuso ma ventilato, dove tutti hanno la mascherina e non gridano – in questo caso l’emissione di droplet è maggiore – e non ci sono persone malate o comunque con sintomi una distanza di 1,8 metri sembra sufficiente a proteggere da un contagio. In molte situazioni, però, questa distanza sarebbe troppo ridotta, secondo i ricercatori, soprattutto se si tossisce o si strilla. Per questo dovrebbe essere calibrata e aumentata se sono presenti elementi di rischio.

Le situazioni più pericolose sono rappresentate dai luoghi chiusi e poco ventilati con molte persone, pensiamo per esempio agli ascensori, dove anche quando si ha la mascherina e si sta insieme per pochi secondi si rischia di contrarre il virus, ovviamente se c’è almeno una persona positiva al Sars-Cov-2. Ma anche nei luoghi chiusi e ben aerati bisogna stare attenti e considerare che la probabilità del contagio cresce se non si usa la mascherina per un breve intervallo di tempo oppure se si usa la mascherina ma si rimane a contatto per molto tempo. Infine pure nei luoghi aperti e ben ventilati non ci si può sentire sempre completamente protetti: se ci sono molte persone senza mascherina anche un incontro breve può comportare dei rischi. Altri fattori non tenuti in considerazione nella tabella sono la carica virale di una persona positiva al nuovo coronavirus – importante per stabilire la sua contagiosità – la suscettibilità individuale, che può essere legata a un maggiore o minore rischio di infettarsi e il tempo che impiega il virus a disattivarsi una volta rilasciato nell’aria.

Per queste ragioni, concludono gli autori, sarebbe opportuno studiare strategie di distanziamento che tengano conto di questi fattori, insieme come sempre alle misure del lavaggio delle mani, l’uso delle mascherine, l’igiene degli ambienti e delle superfici e una gestione attenta degli spazi condivisi.

The post Stare a un metro di distanza è sufficiente per proteggersi da Covid-19? appeared first on Wired.



Leggi l’articolo su wired.it