Redatto da Oltre la Linea.

Come riportato da Breitbart, il rifugiato siriano Mustafa Mousab Alowemer, nato il 5 giugno 1998 a Daraa, in Siria, è stato arrestato questa settimana negli Stati Uniti e accusato di aver provato a piazzare una bomba al Legacy International Worship Center – una chiesa cristiana – a Pittsburgh. Come confermato dai federali, al momento del suo arresto, Alowemer stava cercando di ottenere una carta verde, che gli avrebbe permesso di rimanere permanentemente negli Stati Uniti e, in futuro, di ottenere la cittadinanza americana.

Alowemer è entrato per la prima volta negli Stati Uniti attraverso il porto di New York il 1 ° agosto 2016 come rifugiato dalla Siria, ricevendo lo status di RE3, che indica che era figlio di un rifugiato. Secondo le forze dell’ordine, qualche tempo dopo essere entrato negli Stati Uniti, Alowemer ha cercato di adeguare il suo stato da rifugiato a residente legale permanente, ottenendo cioè la carta verde.

Gli Stati Uniti e la stretta di Trump sui rifugiati

Tra il 2009 e la fine del secondo mandato di Obama, oltre 19.100 rifugiati siriani sono stati ammessi negli Stati Uniti – oltre 18.500 dei quali sono musulmani sunniti e vicini all’opposizione radicale siriana che voleva rovesciare il governo di Bashar al-Assad. Durante il periodo in cui Alowemer è entrata negli Stati Uniti dalla Siria, l’allora candidato Donald Trump ha lanciato l’allarme sui pericoli dell’immigrazione di massa e del reinsediamento di rifugiati da regioni come la Siria.

Dopo l’insediamento di Trump, all’incirca 2.100 rifugiati siriani sono stati ammessi e fatti entrare negli Stati Uniti. Nel 2018, solo 41 rifugiati siriani hanno ricevuto l’ok per entrare nel Paese e quest’anno, finora, sono stati ammessi in totale meno di 400 rifugiati. A seguito delle riforme di Trump sul programma di reinsediamento dei rifugiati, dove il presidente ha fissato un limite massimo di 30.000 ammissioni all’anno, gli Stati Uniti non sono più il primo Paese per l’ingresso di rifugiati nel mondo.

I media continuano a mentire su Idlib

Nel frattempo, per quanto concerne la Siria, si continua a parlare di Idlib. Come riportato da Vanessa Beeley, i recenti articoli apparsi sulla stampa occidentale riguardo la narrativa su Idlib, in particolare i report sul campo del giornalista di Sky News Alex Crawford, hanno fallito nel mostrare la realtà quotidiana dei civili siriani.

Brett McGurk – l’inviato speciale per la coalizione americana di contrasto all’Isis – ha descritto Idlib come “il più grande rifugio di al-Qaeda dai tempi dell’11 settembre, aggiungendo che la presenza di al-Qaeda ad Idlib è un problema che dura da diverso tempo. La giornalista di MintPress Whitney Webb ha fatto un servizio sulle dichiarazioni di McGurk e sulla politica americana a Idlib negli ultimi mesi del 2018.

Le dichiarazioni di McGurk sembrano essere state dimenticate tanto dai grandi media quanto dai difensori dei “diritti umani” nel momento esatto in cui, alcune settimane fa, è iniziata la campagna dell’esercito siriano per liberare l’area di Idlib. Sembra, infatti, che sia iniziata una campagna sulla stampa occidentale per normalizzare i gruppi militanti affiliati ad al-Qaeda. Daraa, città dalla quale proviene il rifugiatio siriano che ha tentato di piazzare la bomba nella chiesa cristiana, è uno dei luoghi da cui è partita la rivolta contro Bashar al-Assad nella quale l’infiltrazione jihadista è stata presente sin dal 2011.

(di Roberto Vivaldelli)

 

 

 

 

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