(foto di V-3-8-N-1/Pixabay)

Ormai due mesi fa, era il 27 dicembre, è cominciata la campagna vaccinale contro il Sars-Cov-2. Alla data del 26 febbraio, secondo Agenas, sono 3,9 milioni le dosi di vaccino somministrate e poco meno di 1,4 milioni gli italiani che hanno ricevuto sia la prima iniezione che il richiamo. Ma davvero la strategia vaccinale italiana è la più efficace possibile?

Prima di provare a rispondere, occorre un po’ di contesto. Su prescrizione Aifa, il sistema sanitario nazionale è tenuto a effettuare i richiami sulla base delle scadenze indicate dalle aziende farmaceutiche e validate dalle tre fasi di sperimentazione dei vaccini. Nel Regno Unito, invece, si è scelto di posticipare il richiamo, concentrandosi solo sulla prima dose. Una strategia rispetto alla quale nelle scorse ore è arrivata anche l’apertura del premier Mario Draghi.

In secondo luogo c’è il problema relativo ai ritardi nelle consegne dei vaccini, una questione che da diverse settimane sta creando un vivace dibattito. E che, per ragioni ovvie, finisce per incidere anche sull’efficacia di una campagna vaccinale il cui esito è cruciale per porre fine alla pandemia.

Tutto questo premesso, sono tre gli elementi sui quali si è concentrata la nostra analisi. Intanto l’andamento delle curve di somministrazione di prime e seconde dosi, quindi la percentuale di utilizzo dei tre vaccini al momento autorizzati in Italia (Pfizer/BioNtech, Moderna e AstraZeneca), infine la proporzione tra vaccini eseguiti e tamponi processati. Questo perché il personale sanitario non è aumentato, anzi i bandi per incrementarlo sono andati deserti. E quindi occorre capire se le vaccinazioni stanno rallentando la tamponatura. Intanto, questo emerge confrontando l’andamento di prime e seconde dosi.

Stiamo davvero vaccinando contro il coronavirus nel modo più efficace possibile?

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La linea blu rappresenta le prime dosi di vaccino somministrate, quella rossa le seconde. Mentre le barre grigie indicano il totale delle dosi inoculate su base giornaliera (la semplice somma del numero di prime e seconde dosi eseguite). Come si nota facilmente, le due linee hanno sostanzialmente il medesimo andamento, con uno scostamento temporale di tre settimane. Ovvero i 21 giorni dopo i quali occorre effettuare il richiamo.

Questo significa che ovviamente per le prime tre settimane si è proceduto con le prime dosi. Dopodiché, iniziando con i richiami, il numero di prime dosi è sceso e ha ricominciato a salire mentre terminavano i richiami. Un andamento sul quale ha probabilmente inciso in maniera negativa anche la crisi nelle forniture di metà gennaio, che portarono l’allora presidente del Consiglio Giuseppe Conte a minacciare una causa contro le aziende produttrici.

Ma al netto della variabile indipendente rappresentata dalle forniture, poteva essere più sensato, per quanto controintuitivo, iniziare vaccinando al 50% della capacità del sistema, per salire al 100% con l’inizio dei richiami? In questo modo il numero di persone protette almeno da una dose sarebbe aumentato costantemente ogni giorno. Oppure c’è un modello più efficace?

“Questa domanda ha perfettamente senso e pone un problema interessante: ce ne stiamo occupando e purtroppo ancora non abbiamo un risultato”, spiega Giuseppe Carlo Calafiore, professore ordinario di Automatica al dipartimento di Elettronica e telecomunicazioni del Politecnico di Torino“La risposta a questa domanda passa dalla soluzione di un problema numerico”, prosegue: “quello che stiamo facendo è costruire un modello che preveda l’evoluzione del contagio, entro un margine di errore, per un determinato numero di settimane”. Si tratta di un modello Sird, acronimo che sta per Susceptible-Infectious-Recovered-Deceased, ed è uno dei modelli utilizzati in epidemiologia per prevedere l’andamento di un’epidemia.

“All’interno di questo modello entra come variabile di controllo il numero dei vaccinati che, dopo il richiamo, consideriamo non più suscettibili e che eliminiamo per questo dal conteggio”, afferma Calafiore. Dopodiché, si imposta il modello “secondo il criterio di ridurre a zero la popolazione suscettibile di infezione il più velocemente possibile” e si utilizza un algoritmo di controllo ottimo che determina, giorno per giorno, “il numero ottimale di vaccinazioni come proporzione di prima e seconda dose, basandoci anche sulla previsione delle dosi a disposizione”.

Un modello, come detto, ancora in fase di elaborazione. Ma che conferma come la strategia attualmente in atto non sia l’unica possibile. E, potenzialmente, nemmeno la più efficace. Anche se, per stabilirlo con certezza, occorrerà attendere i risultati di Calafiore.

Nell’attesa, ci sono almeno altre due considerazioni che si possono fare analizzando i dati relativi alla campagna vaccinale. La prima è che non tutti i vaccini sono utilizzati nelle stesse proporzioni. La situazione è questa:

Stiamo davvero vaccinando contro il coronavirus nel modo più efficace possibile?

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Il grafico mostra la percentuale di dosi di vaccino inoculate sul totale di quelle consegnate. Il filtro nella parte bassa consente di selezionare una singola regione. Come si vede, l’utilizzo delle fiale AstraZeneca è molto più basso rispetto a quello degli altri due prodotti.

C’entra sicuramente il fatto che è stato inizialmente consigliato a chi ha meno di 55 anni, anche se qualche giorno fa il limite è salito a 65. E che la fase due della vaccinazione, dopo gli operatori sanitari, ha coinvolto gli over 80. Ma ci sono quattro regioni nelle quali, mentre scriviamo e al netto di eventuali ritardi nella comunicazione dei dati, ancora non è stata inoculata nemmeno una dose del vaccino britannico. Si tratta di Basilicata, Emilia-Romagna, Umbria e della provincia autonoma di Trento.

Resta, infine, un problema, lo stesso che si vede da un anno a questa parte con i tamponi. Ovvero quello legato al fatto che la domenica si lavora a ranghi ridotti:

Stiamo davvero vaccinando contro il coronavirus nel modo più efficace possibile?

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Intanto una buona notizia: la necessità di impegnare personale sanitario sulle vaccinazioni (linea verde) non sta riducendo la capacità di effettuare tamponi (linea grigia). Bene precisare che l’aumento che si riscontra tra i tamponi a metà gennaio si deve al fatto che nel computo sono stati inseriti anche quelli antigenici rapidi.

Su entrambe le curve si nota un picco in basso ciclico che si ripete settimanalmente. E coincide con la domenica per i vaccini e con il lunedì, quando arrivano i risultati di quelli fatti il giorno prima, per i tamponi. Ad un anno dallo scoppio della pandemia, in altre parole, ancora non si è trovato il modo per garantire da un lato un servizio costante durante tutta la settimana e dall’altro il diritto al riposo del personale sanitario.

E questo nonostante ci fosse chi, come il presidente dell’Emilia Romagna Stefano Bonaccini, seguito a ruota dal consulente della regione Lombardia Guido Bertolaso, si dicesse pronto a vaccinare anche di notte. Annunci che per ora, lo dimostrano i dati, sono rimasti tali.

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