(foto: ANDREA PATTARO/AFP via Getty Images)

Negli ultimi anni i danni causati dall’acqua alta a Venezia sono diventati sempre più gravi: nel novembre del 2019, il picco di marea record di 187 centimetri – la seconda misura storica più alta, dopo i 194 centimetri dell’alluvione del 1966 – aveva invaso completamente il centro storico, spingendo il primo cittadino (appena riconfermato alle elezioni comunali) Luigi Brugnaro a chiedere lo stato di calamità per la città.

Il Modulo sperimentale elettromeccanico (Mose) è una barriera fra la laguna di Venezia e il Mar Adriatico, progettata per evitare gli allagamenti sempre più frequenti e pericolosi nel capoluogo veneto. Dopo una travagliata storia durata 17 anni, l’opera è entrata in funzione con successo nella mattina di sabato 3 ottobre, mentre una forte perturbazione meteorologica si abbatteva su Venezia. Nel giro di un’ora e diciassette minuti, le 78 paratoie che compongono il Mose si sono sollevate e hanno protetto Venezia: il livello della marea nella laguna si è fermato a 70 centimetri, lasciando la città all’asciutto per la prima volta da quarant’anni. 

Tuttavia, nonostante i tempi già dilatati, la costruzione dell’opera non è stata ancora completata, ma è prevista per il 31 dicembre 2021. Quali sono i motivi del grave ritardo?

Gli scandali e i rallentamenti 

All’inizio degli anni Ottanta l’allora ministro dei Lavori pubblici Franco Nicolazzi conferì l’incarico per il “Progettone” del Mose a un gruppo di esperti per redigerne lo studio di fattibilità. Dodici anni più tardi, nel 1992, l’allora presidente del Consorzio Venezia Nuova (Cvn) Luigi Zanda presentava finalmente l’opera al mondo, con tanto di toni trionfali e ottimistici: “Ecco il Mose, salverà Venezia dall’acqua alta e sarà pronto nel giro di 3 anni per un costo di 20 miliardi di lire!”.

Tuttavia, il progetto di dighe mobili – “un’opera di ingegneria idraulica unica al mondo”, per citare La Stampa – venne avviato solo nel 2003, con l’obiettivo di essere pronto per il 2016.

Il 12 ottobre 2013 venne innalzata la prima paratoia, ma nel giro di otto mesi uninchiesta giudiziaria travolse il Cvn, concessionario del ministero delle Infrastrutture per la realizzazione dei lavori. Per reati contestati come creazione di fondi neri, tangenti e false fatturazioni, furono arrestate 35 persone e indagate altre 100, tra politici di primo piano e funzionari pubblici. Tra loro figuravano anche l’ex presidente della regione Veneto Giancarlo Galan e l’ex ministro dell’Ambiente Altero Matteoli, entrambi poi condannati. Nel 2014, l’allora presidente del Consiglio Matteo Renzi inviò tre commissari incaricati di gestire il proseguimento dei lavori. Ma i contenziosi con le imprese appaltatrici, accusate di sprechi, hanno bloccato di fatto i cantieri fino al 2018.

Oggi l’effettivo completamento del Mose entro la fine del 2021 è ancora incerto. I costi della barriera in termini economici finora, invece, sono abbastanza chiari: il settore pubblico si è fatto carico di 5,5 miliardi di euro, più 700 milioni per la riparazione delle strutture rovinate nel corso degli ultimi 17 anni. Dalla sua entrata in funzione, poi, serviranno circa 100 milioni l’anno per garantire il funzionamento e la manutenzione dell’opera.

Inoltre, sono ancora molte le perplessità circa l’impatto del Mose in termini ambientali: uno studio del 2019 del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr) denunciava l’erosione dei fondali della laguna, su cui i lavori di costruzione hanno avuto un impatto non contenuto.

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