L’interno di un data center

*di Stephane Klecha, managing partner Klecha & Co.

Nei giorni scorsi si è molto scritto su tutti i giornali del progetto di migrazione sul “cloud” di tutta l’infrastruttura digitale della pubblica amministrazione. Una vera rivoluzione a cui, nell’ambito del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), verranno destinati 6 miliardi e che aprirà la strada all’ulteriore semplificazione burocratica ma anche all’abilitazione di nuovi servizi per i cittadini. Un progetto strategico e di grande rilevanza che vede potenzialmente coinvolti tre player nazionali, ciascuno dei quali ha già un accordo, o starebbe per raggiungerlo, con uno dei giganti americani del digitale, gli unici (escludendo i cinesi) considerati in grado di mettere in campo la tecnologia adeguata alla sfida. Ed è qui che sorge più di un legittimo dubbio.

Facciamo un passo indietro guardando a un altro Paese che si è recentemente trovato in una simile situazione, la Francia. Lì, quando è venuto il momento di sviluppare un app di contact tracing, l’idea che i dati di salute dei cittadini francesi fossero affidati a soggetti non europei ha generato grandi contestazioni che hanno portato a un passo indietro. Il ministro della Salute ha dovuto annunciare pubblicamente il cambiamento di rotta verso partner europei nonostante le difficoltà tecniche.

Si è trattato di un caso di nazionalismo esasperato o di preoccupazioni legittime? È bene ricordare che negli Stati Uniti vigono il Cloud Act e il Patriot Act, leggi che consentono alle autorità americane di entrare in possesso dei dati personali degli utenti delle big tech americane ovunque siano localizzati fisicamente. Se si proseguirà sulla strada indicata per il cloud nazionale, la vera questione su cui interrogarsi sarà quindi: è giusto che i dati (altamente sensibili) dei cittadini italiani possano essere visti da una potenza straniera? È una prima domanda di sovranità nazionale che ne fa emergere una seconda: quale dovrebbe essere lo scopo ultimo del Pnrr (ricordiamo che si tratta di soldi europei)? Colmare un ritardo accumulato oppure investire nella creazione di un ecosistema tecnologico nazionale ed europeo?

La risposta a quest’ultima domanda si trova nella premessa del Pnrr: “Tra il 1999 e il 2019, il Pil italiano è cresciuto in totale del 7,9 per cento. Nello stesso periodo in Germania, Francia e Spagna, l’aumento è stato rispettivamente del 30,2, 32,4 e del 43,6 per cento”. L’Europa conta 43 unicorni (escluso il Regno Unito) di cui 16 in Germania, 10 in Francia e nemmeno uno in Italia.

Qual è il segreto del loro successo? Gli investimenti nel proprio ecosistema tecnologico, per la propria indipendenza strategica. La tecnologia è centrale nello sviluppo economico e senza indipendenza tecnologica, non ci sarà sviluppo economico. È una tesi che sosteniamo da molti anni e quel che potrebbe accadere sul fronte del cloud nazionale è purtroppo conseguenza della mancanza di investimenti in passato in questo ambito. Il Recovery fund rappresenta un’occasione da non perdere. Non tanto per tamponare le mancanze del passato, quanto per porre le basi dello sviluppo economico (e non solo) dei prossimi decenni. Le risorse oggi ci sono (o arriveranno) e le eccellenze non mancano. Quel che ancora sembra mancare è la volontà di fare quel salto che non è solo tecnologico e di crescita economica, ma di vera difesa della sovranità, italiana ed europea.

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