Redatto da Oltre la Linea.

Uno dei “regali” che l’avanzata del movimento populista/sovranista potrebbe fare alla pacificazione nazionale e al superamento delle obsolete dualità destra/sinistra e antifascismo/anticomunismo è la rimozione della ricorrenza del 25 aprile dal calendario italiano.

La “festa della liberazione” non ha più una sua ragione di essere, legittima o presunta tale. Altre sono le problematiche nazionali, e riguardano la sovranità economica e in politica estera, la totalizzazione mediatico-culturale in favore del “pensiero unico”, la cappa oscurantista ideologico-mentale del “politicamente corretto”.

Dinnanzi a queste sfide il 25 aprile è una ricorrenza “divisiva”, animata da vecchi odi, asti e rancori a soluzione dei quali bisognerebbe produrre dei “miti condivisi”, e possibilmente che esulino dalle ideologie e dalle esperienze politiche novecentesche. Una questione che investe inevitabilmente la commemorazione delle morti. Non è salutare avere un paese ancora spaccato tra chi commemora i partigiani e chi Salò, non è salutare fare a gara tra le “fosse ardeatine” e le stragi partigiane, le “foibe” e l’“olocausto”, tra l’antifascismo e l’anticomunismo.

È necessaria una pacificazione nazionale che ponga al centro la difesa e l’interesse del popolo italiano – in un cotesto geopolitico più vasto – dalle angherie della società mondialista, che assedia le identità, individuali e collettive, da ogni lato! Questa è la sfida di oggi! È necessario ricostruire in senso unitario e nazionale la storia del secondo conflitto mondiale e rivedere tutta l’esperienza politica fascista, al di fuori di antagonismi pregiudiziali o, viceversa, di entusiasmi di carattere “ideologico”.

Ricostruire la memoria storica in maniera “obiettiva”, per quanto si possa andare vicini a questo risultato. Sganciare il fascismo dal concetto di “male assoluto”, categoria “impossibile” sia in senso storiografico che in natura – ogni fenomeno ha lati positivi e negativi. Al netto di ragionamenti ideologici, il fascismo è parte della storia italiana ed europea. È come un padre che per quanto possa essere stato anche cattivo, non può essere rinnegato, e non solo per motivi morali, ma poiché rinnegarlo, significherebbe rinnegare un pezzo di sé. Un peso che sicuramente graviterà sulla costruzione di una “coscienza collettiva” nuova, sia degli italiani che degli europei.

Rielaborare il passato in chiave sia storiografica che della “memoria condivisa”! La ricerca storica ha il diritto/dovere di andare avanti, e tutta una serie di paradigmi, validi in un certo periodo, possono essere modificati o invalidati in un periodo successivo, al fine di giungere a una maggiore consapevolezza. Una grande opera di ricostruzione culturale, dunque, ci aspetta, pari a quelle “nuove sintesi”, politiche e di pensiero, che da più parti si pongono il problema di superare liberalismo, fascismo e comunismo.

Bisogna prendere la palla al balzo proprio ora, con l’occasione offerta dal movimento populista/sovranista, per un lavoro che inevitabilmente dovrà comprendere anche la modifica della costituzione italiana, della quale, tra l’altro, si effettua una semplice “idolatria della carta”. Questo per due motivi.

Il primo, è che essa è praticamente “invalidata” dalle dinamiche oligarchico-finanziarie e di politica internazionale (NATO) – quest’ultimo punto stesso a partire dalla sua promulgazione. Il secondo, è che la costituzione “effettivamente” non corrisponde più allo “spirito del tempo”, o meglio è necessario spostare in avanti l’asse delle “pretese” del popolo italiano, a cominciare dalla concezione “economicista” di fondare uno Stato sul “lavoro”, oltre che dall’esperienza storica limitata della “repubblica antifascista”.

Uno Stato politico, deve essere organizzato su un principio più “alto”, più adeguato a normare il comportamento umano nel nuovo millennio e che possa farci uscire anche da tutto un periodo particolarmente oscuro della società, e che tocca le categorie del moderno e del “postmoderno”. Questo principio è individuabile nel “bene comune”!

Fondare uno Stato sovrano sull’armonia delle sue parti, sul potere delle comunità, dei luoghi di lavoro, delle professioni, delle arti, della cultura, dei territori, sull’ecologia e su istituzioni centrali effettivamente “sovrane” – abbiam nominato economia e politica estera, ma il discorso investe anche il controllo e la difesa del territorio, che necessita di un equilibrato e giusto uso della “forza”. Questa potrebbe essere la vera sfida del nostro tempo!

(di Roberto Siconolfi)

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