(foto: Jesper Klausen/Science Photo Library via Getty Images)

Nella fase 2, con la ripresa graduale delle attività e della libera circolazione delle persone molti desiderano sapere se hanno o hanno avuto il nuovo coronavirus, magari anche senza accorgersene perché non hanno manifestato sintomi. Per questo, spesso si recano a fare i test sierologici a pagamento, sperando di avere una risposta certa e ricevere una sorta di certificato di immunità, un tema di cui si è parlato anche in proposito alla pianificazione delle vacanze estive e degli spostamenti fuori dalla propria regione. Tuttavia, il fatto di avere un test sierologico che conferma la presenza di anticorpi specifici contro il Sars-Cov-2 – segnale che si è incontrato il virus – non necessariamente indica che si è diventati immuni al patogeno o che non si è più contagiosi.

Per questo le autorità sanitarie, fra cui il ministero della Salute e l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), rimarcano che i test sierologici, che non hanno valore diagnostico, per ora non forniscono la tanto agognata patente d’immunità, anche se di questa potenziale patente c’è già qualche prova e in futuro potrà essere confermata. Il punto è che se ci sono gli anticorpi è possibile che ci sia una qualche forma immunità, ma il problema è che ancora non si sa se questi anticorpi sono sufficienti a bloccare il virus, dunque se conferiscono una protezione efficace, e per quanto tempo. Pertanto, pur riconoscendo l’importanza di fare ricerca sui test sierologici, l’Oms ne raccomanda l’uso soltanto all’interno degli studi epidemiologici – in Italia c’è questo studio – e non per altri scopi clinici. Ecco alcune delle domande più diffuse sull’uso dei test sierologici e le risposte corrispondenti.

Se non c’è ancora la patente d’immunità, perché si parla tanto di questi test?

Tutto è partito da alcune prove, fra cui uno studio in Cina di cui abbiamo parlato, pubblicato il 30 aprile su Nature Medicine, che ha mostrato che durante la malattia tutti i 285 pazienti coinvolti nell’indagine sviluppavano gli anticorpi per il Sars-Cov-2. Ma i risultati di questa ricerca, che si basa ancora su un campione limitato di persone e pertanto deve essere approfondita, non sono sufficienti per confermare che le persone con gli anticorpi siano realmente immuni a una seconda infezione e per quanto tempo. In generale, poi, anche quando sono presenti gli anticorpi bisogna capire se i loro livelli nel sangue sono sufficienti per assicurare l’immunità. Tuttavia, l’indagine ha fornito una prima indicazione importante sul fatto che chi ha intercettato il virus probabilmente sviluppa una qualche immunità e questo dato ha aperto la strada a studi simili in vari paesi – in Italia sta partendo uno studio su 150mila persone.

Se decidessi comunque di fare il test a pagamento, i risultati sono sempre sicuri?

Purtroppo la risposta, per ora, è no, non sempre. Possono esserci, infatti, sia casi di falsi positivi sia di falsi negativi. L’accuratezza del test, infatti, non è del 100%, come spiega chiaramente l’Oms nella nota con le raccomandazioni. E questo può contribuire a un errore anche significativo sui risultati. Lo afferma l’Oms nella nota con le raccomandazioni sull’uso dei test sierologici e lo spiega in maniera dettagliata in un articolo su The Conversation. L’autore del testo, il biomatematico Christian Yates, illustra la questione attraverso alcuni calcoli. Anche se si usa un test con una sensibilità – che in qualche modo rappresenta l’efficacia diagnostica – superiore al 90%, spiega il matematico, in particolari situazioni un’ampia quantità di persone (la maggioranza)  che mostrano gli anticorpi nelle analisi potrebbero in realtà non averli davvero sviluppati, almeno non quelli specifici contro il Sars-Cov-2. E questo perché in qualche caso può accadere che il test riconosca altri antigeni (proteine) di altri virus, ad esempio coronavirus ma non Sars-Cov-2, che la persona ha avuto nella sua vita.

Ma possono esserci anche dei casi in cui il paziente dal test sierologico non mostra gli anticorpi e invece li ha sviluppati. In certe circostanze questi disguidi possono riguardare fino al 30% dei testati. E questo può comportare problemi, a livello clinico, con trattamenti inappropriati delle persone ricoverate con Covid-19 che magari vengono considerate ancora malate. Inoltre, può anche accadere, si legge su The Conversation, che pazienti che accedono all’ospedale, che erroneamente non risultano avere gli anticorpi, vengano rimandati a casa perché considerati non contagiosi (mentre, soprattutto se si hanno solo le immunoglobuline IgM, lo si può essere ancora).

Ci sono dei test sierologici più accurati di altri?

Qualora, anche a fronte di queste informazioni, si decidesse di effettuare il test, il ministero della Salute raccomanda in una circolare “l’utilizzo di test del tipo Clia e/o Elisa che abbiano una specificità non inferiore al 95% e una sensibilità non inferiore al 90%, al fine di ridurre il numero di risultati falsi positivi e falsi negativi”.

Ammettendo che siano veritieri, cosa indicano i risultati del test?

Un test positivo segnala che si è probabilmente stati infettati dal Sars-Cov-2. Tuttavia, come sottolinea il ministero della Salute, questo non implica necessariamente che si è protetti e neanche per quanto tempo. Inoltre, non indica se si è guariti, ovvero se il tampone non è più positivo al Sars-Cov-2, e dunque non si è più contagiosi. Insomma, non c’è la patente d’immunità, almeno per ora.

Che significa se risultano presenti soltanto le immunoglobuline IgM? E nel caso delle IgG?

Entrando poi nel dettaglio dell’esito del test, bisogna prestare attenzione a quali anticorpi sono presenti. Se nelle analisi vediamo soltanto le immunoglobuline IgM, questi sono anticorpi che si manifestano per primi, più precocemente, ma poi generalmente scompaiono dopo qualche settimana. La loro presenza nel sangue indica che l’infezione potrebbe essere piuttosto recente e forse ancora in atto. Mentre le immunoglobuline IgG, si manifestano solitamente più tardi (ci può essere una fase intermedia in cui sono presenti sia le IgM sia le IgG). Però mediamente le IgG rimangono a lungo – anche mesi – secondo gli studi su altri virus, come ha spiegato recentemente su Wired l’epidemiologo Pier Luigi Lopalco. Per questo, se nel sangue vengono rilevate soltanto le IgG e non le IgM questo potrebbe segnalare che l’infezione è passata da più tempo e non è recente. Ma anche se ci sono solo le IgG non è del tutto escluso che si possa essere ancora positivi al tampone, dunque non guariti.

E se il test sierologico non mostra gli anticorpi?

Di nuovo, il ministero della Salute spiega che l’assenza degli anticorpi non esclude la presenza di un’infezione in atto, magari in fase precoce oppure asintomatica – casi in cui la persona può essere contagiosa. Ogni individuo è diverso e la negatività è a volte dovuta al ritardo nella risposta immunitaria, legata a sua volta allo sviluppo degli anticorpi specifici contro il virus. Anche in questo caso, pertanto, il test sierologico non è uno strumento diagnostico, come rimarca il ministero, e non può sostituire il tampone rinofaringeo.

Ma allora si può andare liberamente a fare il tampone, che invece è un test diagnostico?

Ad oggi, un privato cittadino non può chiedere quando e come vuole di fare il tampone. I criteri per ricevere il tampone nella circolare del ministero del 9 marzo 2020 sono piuttosto stringenti. Fra i criteri ci sono “il contatto con un caso sospetto o confermato di Covid-19, la provenienza da aree con trasmissione locale, il ricovero in ospedale e l’assenza di un’altra causa che spieghi pienamente il quadro clinico”.

Tuttavia, dopo la fine del lockdown, in alcune regioni qualcosa è cambiato. In Lombardia e in Veneto (fra le più colpite), infatti, il tampone potrà essere prescritto dal medico di famiglia (o il pediatra) con la ricetta. Mentre in Emilia-Romagna e Toscana il medico di base potrà prescrivere con ricetta il test sierologico nei laboratori autorizzati e qualora positivo verrà richiesto subito il tampone. In queste regioni, dunque, è il curante a valutare caso per caso e a poter richiedere il tampone.

Il tampone scioglie tutti i dubbi che i test sierologici non possono fugare?

La risposta è no. Intanto bisogna premettere che il tampone scatta una fotografia della presenza del Sars-Cov-2 in quel momento e non è escluso che l’infezione si possa manifestare anche poco tempo dopo, ad esempio il giorno successivo rispetto alla data in cui si fa il tampone. Inoltre, se fatto da solo – e non accompagnato al test sierologico – non può escludere nemmeno un’infezione passata.

Ma allora se si fa sia il tampone sia il test sierologico e se si hanno gli anticorpi e un tampone negativo si è probabilmente immuni?

Qualora il test sierologico mostri la presenza degli anticorpi può essere richiesto anche il tampone. Se poi il tampone è negativo questo indica molto probabilmente che l’infezione è passata e superata (si è guariti) – e si sono già sviluppati gli anticorpi. Ma di nuovo, anche in questo caso avere gli anticorpi e un non è una garanzia di protezione, dato che ancora non c’è la patente d’immunità. Bisognerà attendere per avere maggiori certezze.

The post Test sierologici, è davvero utile farli? Le risposte alle domande più comuni appeared first on Wired.



Leggi l’articolo su wired.it