Redatto da Oltre la Linea.

La Disney sta compensando una tragica mancanza d’idee con l’abbondanza di pecunia. Già nella primavera dell’anno in corso è uscita la versione con attori in carne e ossa di “Dumbo”: il classico del 1941, con protagonista l’elefantino separato dalla mamma; inoltre, uscirà a fine novembre il sequel di “Frozen” (piccolo miracolo che salvò la mayor dalla crisi finanziaria, e diede l’illusione d’una rinnovata creatività).

In estate, quasi a separare i due film citati, sono uscite invece le versioni “tecnologiche” di due grandi successi degli anni Novanta. Uno è “Aladdin” (un classico, impreziosito nella versione italiana dall’inarrivabile doppiaggio di Gigi Proietti nella parte del Genio della Lampada), tornato negli schermi (come “Dumbo”) in versione live-action (con appunto attori al posto dei disegni); in questi giorni invece le sale sono invase da “Il Re Leone” computerizzato.

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“Dumbo” ed “Aladdin” sono comunque stati ri-sceneggiati: peraltro, con una particolarmente drastica trasformazione del primo (nel cartone animato, infatti, gli umani erano quasi assenti dalla vicenda). “Il Re Leone” è invece una replica pedissequa del cartone animato (a sua volta, adattamento d’un musical di Broadway, ideato da Tim Rice con Elton John): la sceneggiatura è infatti pressoché identica a quella del film precedente. La novità è, oltre al nuovo doppiaggio, costituita da una mastodontica realizzazione computerizzata.

Pur considerando quanto sia facile, nel 2019, fare degli effetti speciali al computer (case di produzione anche minuscole ormai ricorrono a CGI con risultati più che discreti), “Il Re Leone” è un lavoro rimarchevolissimo. Il suo iperrealismo è un’opera eccellente, ed i primi minuti – con inquadrature di dettagli che hanno la sola funzione di esibire una perizia suprema – si guardano anche con divertimento. Iperrealismo il quale, tuttavia, costituisce anche il grande difetto: i cartoni animati erano senz’altro lontani dalla natura, ma erano anche tanto più espressivi e simpatici (e tutt’altro che brutti).

Una chicca: l’entrata in scena di Timon e Pumba, che cita quella di Omar Sharif nel ruolo di Ali in “Lawrence d’Arabia”. Jon Favreau dirige la sceneggiatura di Jeff Nathanson, che adatta quella precedente di Irene Mecchi, Jonathan Robertson e Linda Woolverton, tratta da un loro soggetto ispirato ad “Amleto” di Shakespeare. Solite musiche di Hans Zimmer.

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Nel doppiaggio italiano: il sempre tonitruante Luca Ward è Mufasa (in originale, niente meno che James Earl Jones), Marco Mengoni miagola nel ruolo di Simba adulto accompagnato da Elisa (già protagonista della colonna sonora di “Dumbo” con la strappalacrime “Bimbo mio”), Edoardo Leo e Stefano Fresi danno brio a Timon e Pumba, Massimo Popolizio doppia bene l’inquietante Scar (ma nella storia della Disney ha un posto d’onore il suo primo doppiaggio, quello elegante e terrificante di Jeremy Irons). Cheryl Porter canta “Il cerchio della vita”, con potenza ma senza urlare come fece Ivana Spagna nel 1994.

Non è mancata la polemica liberale: il Washington Post, sorvolando sul fatto che questo nuovo “Re Leone” è un’iniziativa dello star-system più “petaloso” (Beyoncé, Elton John, Pharrell Williams, Eric Andre), ha etichettato il film come fascista: apologia dell’autoritarismo, dicono i censori del politicamente corretto. Che orrore, Zazu (personaggio in effetti detestabile, ma in quanto viscido lacché che si scherma dietro il proprio status di privilegiato per rendersi intoccabile) che si lancia sulla battaglia inneggiando al re e alla patria! Quasi peggio di Simba che, forte del suo lignaggio, torna nel regno a riportare l’ordine costituito. Idee superate, inaccettabili nell’Occidente liberale-liberista-libertario!

Lamentele sono provenute anche dalla comunità LGBQT (niente affatto una stranezza, vista la loro acclarata consuetudine polemica): speravano che Scar (lo immaginano discriminato perché “queer”) fosse finalmente reso esplicitamente gay, invece è virile come nella versione a cartoni. Che preziosa occasione perduta!

Se proprio “Il Re Leone” veicola un’idea, è un’altra, tanto semplice quanto sacrosanta: l’anabasi di Simba dalla “linea retta e indifferente” del nichilismo di Timon e Pumba al “cerchio della vita” del saggio Rafiki, dall’avvilente menefreghismo di “Hakuna Matata” al richiamo del dovere, e dell’essere qualcuno. Simba non sa più chi essere, e Rafiki lo ammonisce: andar via non ti darà la risposta. È tanto ovvio, ma nel secolo delle liberalizzazioni idiote, del conformismo, dello sballo e dell’astio per le responsabilità, ciò non è più una banalità.

(di Tommaso de Brabant)

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