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Serata in discoteca o nottata di studio? Molti adolescenti, ma anche molti adulti, optano per gli energy drink, bevande energetiche (analcoliche) che contengono sostanze stimolanti, fra cui caffeina, taurina, e vitamine del gruppo B. Che, se consumate in ampia quantità e in un breve intervallo tempo, potrebbero non far bene al cuore. A mostrarlo è uno studio pubblicato sul giornale dell’American Heart Association, che svela che una quantità pari a 32 once – che corrisponde a circa 95 centilitri, ovvero quasi 4 lattine da 25 cl – può far crescere la pressione sanguigna e il rischio di anomalie elettriche del cuore, ovvero alterazioni del ritmo cardiaco. I risultati sono pubblicati sul Journal of the American Heart Association.

Gli energy drink, da non confondere con gli sport drink che contengono sali minerali ma non sostanze stimolanti, spopolano fra i giovanissimi. Basti pensare che quasi 7 ragazzi su 10, di età fra i 10 e i 18 anni, e 3 adulti su 10 sono consumatori di queste bevande, secondo recenti dati europei dell’European Food Safety Authority (Efsa). Ma un consumo eccessivo, soprattutto se in un breve lasso di tempo, può non far bene. Ad esempio una lattina da 25 cl contiene la stessa quantità di caffeina presente in un caffè espresso e l’Efsa ha fissato un limite giornaliero per la caffeina assunta da tutte le fonti pari a 400 mg (massimo cinque tazzine di espresso).

Per studiare gli effetti dell’assunzione degli energy drink sulla salute, i ricercatori hanno coinvolto 34 volontari sani, di età compresa fra i 18 e i 40 anni. I partecipanti sono stati divisi in due gruppi: il primo beveva circa 95 cl (quasi 4 lattine da 25 cl) di due diversi tipi di energy drink in circa un’ora – non più di due lattine in mezz’ora – in tre diversi giorni. Mentre il secondo gruppo svolgeva la stessa operazione con una sorta di placebo, ovvero non con un energy drink ma con una bibita simile di sapore composta soltanto da acqua gassata, succo di limone e aromi.

La quantità di energy drink assunta dai volontari conteneva quasi 320 mg di caffeina, sotto il limite Efsa di 400 mg al giorno. Tuttavia, dentro le bevande energetiche ci sono anche altri composti stimolanti, come la taurina, un amminoacido abbondante in molti tessuti animali, incluso l’essere umano; il glucuronolattone, un tipo di zucchero naturalmente prodotto dal metabolismo del glucosio, nel fegato umano, e presente anche nelle piante.

Nei partecipanti che hanno assunto gli energy drink dei due diversi marchi commerciali la frequenza cardiaca risultava alterata. Ciò che cambiava, in particolare, era il cosiddetto intervallo QT, una misura del tempo impiegato dai ventricoli (le camere inferiori del cuore) per prepararsi a generare un nuovo battito. In chi ha bevuto le bevande energetiche a distanza di 4 ore dall’assunzione l’intervallo QT era più lungo da 6 a 7,7 millisecondi rispetto a chi ha bevuto la bibita placebo. Nel paper gli autori scrivono che si tratta di “un aumento significativo dell’intervallo QT” che può causare un’alterazione del ritmo cardiaco. L’allungamento del tempo del QT, spiegano i ricercatori, è un noto fattore di rischio per lo sviluppo di un’aritmia (un alterazione del ritmo cardiaco) che a sua volta se non trattata può avere complicanze gravi. Ad esempio un prolungamento di circa 10 millisecondi dell’intervallo Qt richiede ulteriori indagini del cuore.

Ma non è tutto. Gli autori hanno rilevato un aumento “statisticamente significativo”, da 4 a 5 mm Hg, della pressione (sia sistolica, la massima, che diastolica, la minima) nei volontari che hanno bevuto gli energy drink rispetto al gruppo di controllo. Questi effetti potrebbero essere dovuti in parte alla caffeina – è infatti noto che un eccesso di caffeina può aumentare la pressione e questo, soprattutto se diventa un’abitudine, può portare a una malattia cardiaca.

Se l’aumento pressorio può essere attribuito in parte alla caffeina, il prolungamento dell’intervallo Qt non risulta collegato a questa sostanza. “C’è un bisogno urgente di studiare i singoli ingredienti o la loro combinazione – sottolinea Sachin A. Shah, docente di pratica farmaceutica alla University of the Pacific a Stockton, in California, primo autore del paper – nei diversi tipi di energy drink che potrebbero spiegare i risultati osservati nel nostro trial clinico”.

“Le persone dovrebbero essere consapevoli dell’impatto delle bevande energetiche sul loro corpo, soprattutto se hanno particolari condizioni di salute preesistenti”, ha aggiunto Shah. “Gli operatori sanitari dovrebbero consigliare a determinati gruppi di pazienti, ad esempio le persone con una sindrome del Qt lungo, congenita o acquisita, o l’ipertensione, di limitare o monitorare il loro consumo”.

Il dibattito sui rischi per la salute degli energy drink resta comunque aperto. Fra i limiti dello studio c’è il fatto che indaga gli effetti a breve termine del consumo concentrato di energy drink ma non quelli a lungo termine e su quelli associati a un consumo abituale, che secondo i dati riportati dagli autori riguarda ben il 30% degli adolescenti negli Stati Uniti. Un altro aspetto da considerare è quello dell’assunzione degli energy drink insieme all’alcol, frequente fra i giovani – circa la metà degli adolescenti e degli adulti ha dichiarato di averlo provato, sempre secondo i dati Efsa.

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