Vanno a caccia di bombe tra aeroporti e stazioni. Affiancano la polizia in cerca di droga e armi, individuano dispersi, esplorano le macerie di terremoti e altre catastrofi in cerca di vittime e sopravvissuti. Insomma: abbiamo messo a lavoro il proverbiale fiuto dei cani in moltissimi modi, e non dovrebbe quindi stupire se i migliori amici dell’essere umano, con i loro nasi infallibili, presto potrebbero rivelarsi preziosi anche per difendere la nostra salute. Con il giusto allenamento, infatti, sembrano in grado di identificare diverse malattie con largo anticipo rispetto ai sistemi diagnostici tradizionali. L’ultima novità in questo senso arriva dall’Experimental Biology meeting in corso ad Orlando: quattro beagle hanno imparato a riconoscere la presenza di un tumore al polmone in fase precoce con una precisione che si avvicina al 97%. Come ci riescono? Non è chiaro, ma le loro incredibili capacità diagnostiche sono in fase di test per un folto gruppo di malattie. Vediamo quali.

Tutte le malattie che è possibile riconoscere con l’olfatto

Tumore al polmone

La neoplasia al centro dell’ultimo studio è in qualche modo un candidato naturale per lo studio di nuovi sistemi diagnositici. La sopravvivenza a cinque anni per il tumore al polmone è ancora, infatti, bassissima: in media in Italia raggiunge appena il 16%. Peggio fanno solamente il tumore all’esofago e quello del pancreas. In attesa di rivoluzioni terapeutiche, la diagnosi precoce rimane quindi la strada da seguire per aumentare le chance dei pazienti, e l’olfatto dei cani potrebbe rivelarsi un’arma in più preziosissima. Lo studio è stato svolto da una addestratrice dell’organizzazione non profit BioScentDx, specializzata proprio nell’addestramento dei cani a scopo diagnostico, e da un gruppo di ricercatori del Lake Erie College of Osteopathic Medicine. 4 beagle sono stati addestrati a riconoscere campioni di sangue prelevati da pazienti colpiti da un tumore al polmone, e una volta messi alla prova tre di loro hanno dimostrato di riconoscere la malattia il 96,7% delle volte, e di identificare correttamente i campioni di persone sane nel 97,5% dei casi.

Si tratta di una ricerca ancora in fase iniziale, visto il ristretto numero di cani utilizzati e la mancata pubblicazione su una rivista peer reviewed. Ma i risultati – rivendicano i suoi autori – sono importanti. “Si tratta di un lavoro eccitante, perché apre la strada a due nuove linee di ricerca”, spiega Heather Junqueira, di BioScentDx. “La prima è quella di utilizzare l’olfatto canino come strumento di screening e diagnosi per il cancro. La seconda, quella di studiare quali composti biologici vengano effettivamente riconosciuti dai cani nel sangue di questi pazienti, in modo da sviluppare nuovi strumenti diagnostici indirizzati proprio all’identificazione di queste molecole”.

Malaria

In questo caso, la notizia arriva dal congresso annuale dell’American Society of Tropical Medicine and Hygiene, tenutosi ad ottobre. A condurre la ricerca sono stati i ricercatori della London School of Hygiene & Tropical Medicine, che per l’occasione hanno collaborato con gli esperti dell’ong Medical Detection Dogs. Lo studio è stato svolto in Gambia, e ha visto la partecipazione di alcune centinaia di bambini in età scolare, a cui è stato chiesto di indossare un paio di calzini durante la notte, e di consegnarli l’indomani ai ricercatori. I bambini sono quindi stati analizzati per identificare quanti tra loro fossero stati infettati dal parassita che causa la malaria, ma senza presentare ancora i sintomi della malattia. A questo punto, i calzini dei bambini con malaria asintomatica e quella di un equivalente numero di bambini sani sono stati fatti annusare ai cani addestrati da Medical Detection Dogs, e questi hanno dimostrato di sapere riconoscere la presenza della malattia, anche in assenza di sintomi, con una precisione del 70%, e di saperla escludere con con una affidabilità del 90%. Lo studio – assicurano i suoi stessi autori – era solo un proof of concept, realizzato per dimostrare le potenzialità dei cani nella diagnosi della malaria. Ma i risultati si sono rivelati estremamente interessanti: la capacità diagnostica dei cani infatti sembra superare le possibilità dei test utilizzati comunemente dall’Oms, e potrebbe aumentare sensibilmente con un ulteriore addestramento più specifico degli animali.

Tumore alla prostata

A guidare la ricerca in questo campo sono i ricercatori di Humanitas, che aiutati da Liu e Zoe, due pastori tedeschi addestrati al centro militare veterinario di Grosseto, studiano da anni le capacità diagnostiche di questi animali. Concentrandosi in particolare sul tumore alla prostata, una neoplasia che ancora oggi ha un percorso diagnostico complesso, perché il marcatore più promettente, il psa, continua a dare risultati altalenanti in termini di efficacia. I risultati pubblicati nel 2015 provenivano da una ricerca effettuata su 900 uomini, 360 con un tumore alla prostata e 540 sani, e dimostravano che Liu e Zoe erano stati in gradi di riconoscere la presenza della malattia annusando un campione di urine con una precisione che superava il 98%. In questo caso, lo scopo della ricerca non è quello di utilizzare realmente gli animali nel processo di diagnosi (uno screening di popolazione con l’utilizzo di animali non sarebbe particolarmente pratico). L’idea è piuttosto quella di scoprire quali molecole presenti nell’urina rappresentano un segnale così affidabile del tumore, e utilizzare queste informazioni per realizzare un kit diagnostico.

Tutte le malattie che è possibile riconoscere con l’olfatto
(foto: Chris Jackson – WPA Pool /Getty Images)

Diabete

All’incredibile fiuto canino non sfuggono neanche i cambiamenti a cui va incontro il nostro metabolismo. Un particolare utilissimo per chi soffre di diabete: un cane correttamente addestrato sembra infatti in grado di identificare i picchi e i crolli del livello di zuccheri nel sangue, caratteristici di crisi ipo e iperglicemiche, estremamente pericolose per questi pazienti. E sembrano in grado di farlo meglio di molti dispositivi per il monitoraggio del glucosio. In questo caso, inoltre, non si tratta di ricerche nelle fasi iniziali di sviluppo, ma di quella che è ormai da tempo una solida realtà. Moltissime organizzazioni, anche in Italia, si offrono di aiutare i padroni di cani che soffrono di diabete ad addestrare il proprio animale a riconoscere l’arrivo di una crisi, in modo che possa intervenire allertando il padrone, portandogli un kit di emergenza o, nel caso peggiore, chiamando aiuto utilizzando speciali dispositivi a misura di cane.

Le ricerche continuano

Altre due patologie in fase di studio sono Parkinson e tumore al seno, entrambe malattie per cui dei risultati positivi sarebbero estremamente importanti. Anche se per motivi diversi. Nel caso del Parkinson, l’interesse nei confronti dell’olfatto canino è legato alla pressoché totale mancanza di strumenti per la diagnosi precoce, che invece sarebbe fondamentale trattandosi di una malattia neurodegenerativa in cui iniziare le terapie prima dello sviluppo dei sintomi permetterebbe di migliorare notevolmente la qualità di vita dei pazienti. Nel caso del tumore al seno, invece, gli screening esistono e funzionano, ma la ricerca punta a individuare un sistema di diagnosi alternativo alle mammografie. Esistono moltissimi resoconti episodici di cani che avrebbero identificato la presenza di un tumore nelle proprie padrone in fase estremamente precoce. E la speranza è quella di arrivare a un test ancora più efficace, economico e semplice da utilizzare rispetto a quelli attualmente disponibili, che permetterebbe di effettuare una diagnosi affidabile basandosi semplicemente sull’analisi del fiato. In entrambi i casi, diverse organizzazioni in tutto il mondo stanno portando avanti le ricerche. E la più attiva, probabilmente, è l’inglese Medical Detection Dogs, attualmente impegnata sia sul versante del tumore al seno, che su quello del Parkinson.

Non solo cani

Nel caso del Parkinson non sono solo i cani ad essere sotto studio. Qualche anno fa, infatti, fece un certo scalpore la storia di Joy Milne, una signora inglese che si rese conto di essere in grado di identificare il Parkinson con il naso quando iniziò a sentire un odore muschiato provenire dalla pelle del marito, ben sei anni prima che gli fosse diagnosticata la malattia. Lungi dall’essere una leggenda metropolitana, le capacità di Milne sono state accertate nei laboratori dell’Università di Edimburgo, dove la signora ha dimostrato di sapere riconoscere correttamente 11 pazienti affetti dalla malattia su 12. Il tutto, hanno accertato i ricercatori inglesi, perché nelle persone che sviluppano questo disturbo aumenta la produzione di sebo, e in questo modo l’odore della loro pelle risulta alterato, almeno per qualcuno con un naso fino come la signora Milne. E non è tutto: di recente infatti una ricerca pubblicata su ACS Central Science ha analizzato la composizione del sebo di oltre 60 persone con il Parkinson, alla ricerca delle sostanze che contribuiscono a quell’odore muschiato descritto dalla signora. Dalle loro analisi è emersa la presenza di diversi biomarcatori ricollegabili allo sviluppo del Parkinson, e il mix così identificato è stato sottoposto alla prova del fiuto della signora, che ha riconosciuto in un ambiente di laboratorio l’odore muschiato che ha imparato ad associare alla malattia. Risultati preliminari, ovviamente, che potrebbero però aprire le porte allo sviluppo di un test per la diagnosi precoce di questa malattia.

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