Redatto da Oltre la Linea.

L’Ukraine Gate andrà a mettere nei guai Joe Biden, non Donald Trump. Infatti, ad essere sotto accusa non è la richiesta inoltrata da Trump a Zelensky affinché indaghi su Biden, semmai i legami di quest’ultimo con la grande corruzione del Paese dell’Europa orientale, e quelli tra il figlio Hunter e la Burisma Holdings, compagnia di gas ucraina che lo assunse nel 2014 a seguito di Piazza Maidan. Ne ha parlato il rinomato giornalista Patrick Buchanan.

Ukraine Gate: ad inguaiarsi sarà Biden, non Trump

 

Joe Biden e l’Ukraine Gate

Attraverso la rivelazione fatta da parte di un informatore proveniente da una Intel Community, il quale era stato spinto da Donald Trump – in una chiamata di congratulazioni verso il novello Presidente dell’Ucraina – ad investigare ripetutamente sulle connessioni tra la famiglia di Joe Biden e la grande corruzione ucraina, il grido all’impeachment si sente nuovamente in terra statunitense.

Ma andando a rivedere come questo ultimo scandalo è venuto in essere, e come esso ha principiato a svolgersi, si tratta certamente di una buona scommessa il fatto che la principale vittima potrebbe rivelarsi essere proprio l’ex vicepresidente. Come si può giustappunto considerare.

Nel maggio del 2016, Joe Biden, in qualità di uomo di punta designato da Barack Obama per l’Ucraina, volò a Kiev per informare il Presidente Petro Poroschenko che la garanzia di un prestito ammontante a ben un miliardo di dollari americani era stato approvato proprio per consentire a Kiev di continuare a servire il proprio mastodontico debito. Ma – così ha sostenuto Biden – l’aiuto era condizionato. E c’è stata un’incomprensione.

Se il regime di Poroschenko non avesse licenziato il procuratore capo nello stretto giro di sei ore, Biden sarebbe volato verso casa e l’Ucraina non avrebbe più avuto alcuna garanzia di prestito. L’Ucraina, in quell’occasione, capitolò senza alcuna resistenza – come ha rivelato lo stesso Joe Biden, esaltando il suo ruolo da console. Tuttavia, al di fuori del dramma di Biden su come egli aveva fatto calare la propria scure sul corrotto Pubblico Ministero ucraino, è rimasto questo dettaglio.

 

Hunter Biden e la Burisma Holdings

Il procuratore aveva indagato Burisma Holdings, la più grande compagnia di gas in Ucraina. Ed appena dopo il colpo di Stato appoggiato dagli Stati Uniti e volto (con successo finale) ad estromettere da Kiev l’allora governo filo-russo, dopo che il medesimo Joe Biden aveva avuto il comando degli aiuti esteri da indirizzare proprio all’Ucraina, Burisma aveva collocato nel proprio board operativo, con uno stipendio di 50.000 dollari al mese, Hunter Biden, il figlio del vicepresidente.

Joe Biden asserisce che, sebbene egli fosse un uomo di punta nella battaglia alla corruzione in Ucraina, non aveva idea del fatto che il figlio stesse raccogliendo centinaia di migliaia di persone esattamente da una delle società indagate. Sabato [21 settembre 2019, N.d.R.] Biden ha detto: «Io non ho mai parlato a mio figlio riguardo ai suoi numerosi affari». È forse credibile tutto ciò?

Trump e Rudy Giuliani non hanno sospetti, ed in quella chiamata risalente al 25 luglio Trump ha esortato il Presidente Volodymyr Zelensky a riaprire le indagini su Hunter Biden e Burisma. I media insistono sul fatto che qui non ci sia storia, e che il vero scandalo consista nella pressione di Trump nei confronti di Zelensky affinché egli colpisca il suo più forte rivale per il 2020.

Peggio ancora sarebbe – affermano gli accusatori di Trump – se il Presidente condizionasse il trasferimento di 250 milioni di dollari in approvati aiuti militari a Kiev all’adesione del nuovo regime alle sue richieste. Le questioni sollevate sono diverse.

È sbagliato subordinare gli aiuti militari destinati ad una nazione amica alla condizione che quel Paese sia conforme alle legittime domande e richieste degli Stati Uniti? È legittimo chiedere ad un governo amico di guardare verso ciò che potrebbe configurarsi come una condotta corrotta da parte del figlio di un vicepresidente degli Stati Uniti?

 

Boomerang Democratico su Joe Biden

Joe Biden, tuttavia, ha un problema persino più grande: questa aporia ha iniziato a prendere il largo tra le varie notizie in un momento estremamente vulnerabile della sua campagna elettorale. I contrasti e le gaffe di Biden hanno già sollevato degli allarmi tra i suoi seguaci, e sono stati ingigantiti da rivali come Cory Booker, che ha pubblicamente suggerito che il 76enne ex vicepresidente stia perdendosi sempre di più.

Pure il vantaggio di Biden nei sondaggi si affievolisce ed indebolisce ad ogni mese che passa. La senatrice Elizabeth Warren ha appena assunto un ruolo guida nel sondaggio eseguito da “Des Moines Register“, e la sua crociata contro la corruzione di Beltway è fulcrale per la sua campagna.

«Troppi politici appartenenti ad ambedue le parti della staccionata si sono convinti che giocare al gioco di chi più usa i soldi per influenzare la situazione corrente sia il solo modo per fare le cose», ha sostenuto Warren nel suo massiccio raduno a New York City. «Niente più affari come al solito. Attacchiamo la corruzione a testa alta».

Molto presto, non saranno più soltanto Trump e Giuliani a fare domande a Biden sull’Ucraina, su Burisma e su Hunter, ma anche i Democratici stessi. Stanno aumentando le voci che chiedono al figlio di Biden di essere chiamato a testimoniare dinanzi alle commissioni congressuali.

Con Trump che lancia novelle accuse ogni giorno, Biden presto sarà chiamato a rispondere alla sua stampa itinerante. Le accuse e le controgaranzie diventeranno ciò di cui si occuperà la campagna presidenziale. Cattive notizie per Joe Biden.

Può egli permettersi di trascorrere settimane, forse mesi, a rispondere in merito ai passati progetti di suo figlio volti ad arricchirsi attraverso legami con regimi stranieri, legami che sembrano essere stati creati non grazie ai talenti di Hunter, bensì grazie al fatto di essere il figlio di un ex vicepresidente e possibile futuro presidente?

L’Ukraine Gate è l’ultima battaglia nello scontro mortale fra il Deep State ed il Presidente incaricato dall’America “di mezzo” ad andare a Washington per rompere la presa sul destino nazionale. E qui si solleva un’ulteriore questione:  quella degli informatori che ascoltano o ricevono letture di conversazioni presidenziali con leader stranieri, e che quindi hanno il potere di decidere autonomamente se il Presidente stia violando il suo giuramento e che ciò debba essere riportato al Congresso.

Eisenhower discusse dei colpi di Stato in Iran e Guatemala e dell’uso di armi nucleari in Corea e nello stretto di Taiwan. John Fitzgerald Kennedy, attraverso il fratello Bobby, strinse un accordo segreto con Kruschev per spostare i missili statunitensi al di fuori della Turchia sei mesi dopo che i sovietici avevano rimosso i loro missili da Cuba.

Chi ha incaricato gli informatori burocratici di passare in giudizio tali conversazioni e di chiacchierarne al Congresso nel momento in cui da esse si fossero sentiti offesi?

(Lorenzo Franzoni – Tradotto e rielaborato da The American Conservative)

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