(foto: University of Exeter)

Nonostante i progressi della scienza nell’ultimo secolo, sappiamo ancora pochissimo dello sviluppo naturale degli embrioni umani. Una miriade di questioni etiche e tecnologiche rendono infatti complicate le ricerche, sia in vivo che in vitro. Dall’Inghilterra arriva però una nuova scoperta che potrebbe aiutare a fare luce su questo aspetto cruciale del nostro sviluppo: uno studio dell’università di Exeter, appena pubblicato sulle pagine della rivista Cell Stem Cell, descrive una nuova tecnica che permette di ottenere strutture analoghe a un embrione nelle fasi iniziali del suo sviluppo, a partire da semplici cellule staminali umane. La tecnologia necessaria – spiegano gli autori dello studio – è semplice ed economica, e potrebbe quindi fornire in breve tempo informazioni importantissime sia nel campo dell’infertilità, sia in quello della fecondazione assistita.

In precedenza, il team guidato da Ge Guo, senior research fellow del Living Systems Institute dell’università di Exeter, aveva già scoperto che le staminali pluripotenti umane sono in grado di differenziarsi creando tutti gli elementi costitutivi della blastocisti, una delle fasi iniziali di maturazione dell’embrione. “Scoprire che le cellule staminali possono creare tutti gli elementi di un embrione nelle prime fasi di sviluppo è stata un’autentica rivelazione”, spiega il direttore del Living Systems Institute, Austin Smith. “Le cellule staminale hanno origine da una blastocisti completamente sviluppata, eppure sono in grado di ricreare a loro volta quell’esatta struttura embrionale. È una scoperta molto interessante, che apre le porte a possibilità di studio eccitanti dello sviluppo degli embrioni umani”.

Nella nuova ricerca, Ge Guo e colleghi hanno semplicemente raggruppato un certo numero di cellule staminali in provetta, esponendole poi a due molecole note per la capacità di modulare lo sviluppo embrionale nelle prime fasi di differenziazione. Tornando ad osservare le cellule a distanza di tre giorni hanno quindi scoperto che avevano assunto spontaneamente una struttura tridimensionale che ricorda quella di una blastocisti al sesto giorno di sviluppo. Analizzando i geni espressi nella loro struttura artificiale hanno potuto persino dimostrare che sono gli stessi che si attivano negli embrioni naturali. Un’importante conferma che la nuova tecnica permette di creare blastocisti artificiali perfette per essere usate come modello per lo studio dello sviluppo embrionale umano.

Un’ottima notizia, visto che fino a oggi i ricercatori si erano dovuti accontentare di studiare questi processi utilizzando per lo più embrioni di topo. Molto diversi da quelli umani sotto diversi aspetti fondamentali. Grazie agli embrioni artificiali prodotti a partire da cellule staminali sarà quindi possibile approfondire le conoscenze su queste fasi cruciali dello sviluppo embrionale, con ricadute importanti sia per le coppie che oggi hanno problemi a concepire, sia per il miglioramento delle tecniche di fecondazione assistita.

La nostra nuova tecnica fornisce per la prima volta un metodo affidabile per studiare le prime fasi di sviluppo degli esseri umani senza utilizzare gli embrioni”, rivendica Ge Guo. “Non va visto come un tentativo di produrre bambini in laboratorio, ma piuttosto come un importante strumento per la ricerca che potrebbe risultare incredibilmente utile per lo studio dell’infertilità e della fecondazione in vitro”.

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