Art: Mariano Peccinetti

Un articolo estratto dal numero 97 di Wired, dedicato al tema della finzione e del fake.

Intervista a Jaron Lanier

“All’apice del suo potere, l’azienda Kodak impiegava più di 140mila persone e valeva 28 miliardi di dollari. Ha inventato persino la prima macchina fotografica digitale. Ma oggi è fallita e il nuovo protagonista della fotografia digitale è diventato Instagram. Che, quando è stato venduto a Facebook per un miliardo di dollari, nel 2012, impiegava solo 13 persone. Dove sono spariti tutti quei posti di lavoro? E che cosa è successo alla ricchezza creata da quegli impiegati della classe media?”.

A chiederselo, a pagina 2 del suo La dignità ai tempi di Internet (il Saggiatore), è Jaron Lanier, non uno qualsiasi. Perché della rivoluzione che ha portato Instagram a soppiantare Kodak, o se preferite la Silicon Valley a fare del mondo ciò che è oggi, lui è stato uno dei protagonisti. Se non uno degli autori. Il fatto è che Lanier ha vissuto almeno tre vite. Nella prima, in pieni anni ’80, insieme con scienziati come Thomas Zimmerman, ha inventato la realtà virtuale, che ha letteralmente battezzato (virtual reality è vocabolario lanieriano doc). Nella seconda vita, riversata nelle pagine di Tu non sei un gadget (Mondadori), è diventato il cantore più critico dei social network e di internet. Ex allevatore, nel tempo libero musicista (anche con John Cage e Laurie Anderson), nella terza vita rimane un filosofo. O forse un guardiano. Perché dopo aver messo su tela gli incubi del mondo post Silicon Valley, oggi prova a correggerne gli obbrobri. 

 

Lanier, che fine ha fatto il mito della Silicon Valley? 

“Ci troviamo di fronte al classico esempio di chi assapora la gloria e il potere, e perde il controllo della situazione fino a rovinare tutto. Credo che in passato la Silicon Valley fosse un posto migliore, semplicemente proprio perché meno potente. La bramosia, insieme con la convinzione di essere le persone giuste per decidere il futuro altrui, ha sfasciato ogni cosa. È una storia già vista”. 

 

Come si è formato questo mito? 

“Quando si parla di Silicon Valley, bisogna precisarne il periodo di riferimento: la prima Silicon, un fenomeno ridotto, è nata dopo la Seconda guerra mondiale. Quella che conosciamo oggi, capace di influenzare il mondo, è invece il risultato della trasformazione culturale degli anni ’60. L’aspetto interessante di questo periodo è che i nerd e i tecnici informatici del movimento hippy abbiano finito per arricchirsi e accumulare potere. Dai ’60 hanno iniziato a dominare il mondo intero, con una combinazione unica di potere tecnologico e demografico, in grado di far percepire la Silicon Valley non soltanto come l’ennesimo centro industriale e imprenditoriale, ma come un luogo visionario, come la fabbrica delle soluzioni a ogni problema”. 

 

Perché ritiene che la rivoluzione innescata dalla Silicon Valley abbia avuto costi culturali e materiali troppo alti? 

“Ogni grande cambiamento porta con sé costi e benefici. Questi ultimi sono innegabili nel caso della Silicon: si pensi anche solo all’enorme contributo di internet durante la pandemia. Beninteso, non sto dicendo che abbia risolto l’emergenza, ma è evidente come abbia aiutato a gestirla in maniera migliore di quanto non saremmo riusciti a fare altrimenti. Il fatto è che la rivoluzione digitale si è via via trasformata in un piano di manipolazione delle persone. Un piano pronto a manifestarsi in modi diversi: a volte sotto forma di un sistema pubblicitario, altre attraverso operazioni psicologiche da parte di nazioni come la Russia, per esempio, con l’obiettivo di destabilizzare paesi stranieri. In altri casi è senza giri di parole un mezzo di controllo sociale, come in Cina. Quando le persone vengono manipolate, però, il rischio è che impazziscano. Ed è proprio questo che sta succedendo: oggi internet mina la nostra integrità mentale”. 

Un futuro senza Silicon Valley
(foto: FilmMagic/FilmMagic)

Che cosa intende? 

“Che sebbene la follia esistesse già, internet le ha dato una spinta importante, rendendoci difficile la gestione della vita reale, esattamente come fa un virus o il cambiamento climatico. Persino la politica è impazzita, sebbene i primi segni di instabilità mentale li avesse mostrati fin dalla sua nascita. Stavolta, però, è impazzita in modo diverso, ha manifestato una immaturità totale e in tutto il mondo, simultaneamente”.

 

 Il sistema di startup che la Silicon Valley avrebbe dovuto creare, generando una new economy fatta da una moltitudine di business sostenibili e innovativi, ha dato vita a poche società gigantesche. Si può considerare il fallimento di un’idea di mondo nuovo? 

“La risposta è complessa: premetto di non essere contro le grandi multinazionali. Il problema è che effetti matematici, i cosiddetti network effect, danno origine ad aziende simili a monopoli, da cui la società non trae alcun beneficio. Un esempio: non è molto utile essere presenti in un social network se poche persone lo frequentano, poiché questo non sarà mai influente. Molto tempo fa, quando internet era ancora agli albori, ricordo di aver detto ad Al Gore, il primo leader politico a riconoscere l’importanza di internet e a promuoverne lo sviluppo, che a causa dei network effect la rete avrebbe regalato miliardi di dollari a persone che non ne conoscevano ancora l’esistenza. Il problema, alla base, era la mancanza di un consenso politico, tutto era dominato da un forte sentimento libertario. Alcuni erano convinti che internet avrebbe creato tante piccole startup, ma chi si intendeva di matematica sapeva già che sarebbe successo il contrario, cioè che si sarebbero create multinazionali enormi. Non nego che chi ha fondato aziende come Facebook o Google abbia lavorato sodo, ma qualcuno, in qualche modo, avrebbe comunque raggiunto gli stessi traguardi. Credo che nessuna società abbia interesse ad avere aziende che esistono solo grazie ai network effect e sono convinto che queste dovrebbero fare qualcosa. Rimanendo a quelle citate, Facebook non ha contribuito in alcun modo allo sviluppo tecnologico dell’umanità. Se non altro Google lo ha fatto!”. 

 

Quindi crede che la Silicon Valley abbia aiutato l’umanità, o no? 

“La storia non è ancora conclusa e giudicarla adesso è prematuro, sebbene ci siano giorni in cui sono convinto che la Silicon Valley abbia fatto più danni che altro. La mia speranza è che si arrivi a un punto in cui saranno più evidenti i benefici, e credo che possa ancora succedere. Saranno necessari sforzi importanti sia da parte della gente comune sia da parte dei legislatori. Può sembrare impossibile, ma la nostra storia non è priva di inversioni di tendenza epocali”. 

 

Qualche anno fa ha scritto che «i social limitano la libertà di scelta, ci stanno trasformando in una manica di stronzi, stanno minando la verità, la nostra capacità di provare empatia, la nostra possibilità di essere felici, e persino di mantenere in piedi le nostre democrazie». Ne è ancora convinto?

“Dipende dai giorni: in alcuni, le prove dimostrano quanto avessi ragione. Si pensi alle ormai rare occasioni in cui una nuova piattaforma riesce ad attrarre molte persone: i primi due anni non è male, poi, inesorabilmente, diventa terribile. E questa è una costante. Il fatto che, in origine, questi progetti siano buoni, dimostra come a rovinarli sia un fattore strutturale, credo il business plan. È innegabile come, da un lato, il progresso, la scienza, la tecnologia e la comunicazione abbiano giovato all’umanità; dall’altro siamo stati indotti ad annullare questi stessi benefici. Mi sembra un esempio lampante dell’esistenza di una sorta di combinazione tra potenziale e distruzione all’interno dello stesso fenomeno”. 

 

Eppure lei è un guru della Silicon Valley: ha sviluppato software per Google e per Microsoft, ha inventato la realtà virtuale. È Lanier o è il mondo a essere cambiato? 

“Credo che mi si dia del “guru” più per l’aspetto fisico che per altro (barba incolta, capelli rasta lunghissimi, ndr). Per quanto mi riguarda, ho solo cercato di non diventare un critico esterno, ma nemmeno un apologeta interno al sistema. Ho tentato, cioè, di stare nel mezzo: sono parte della Silicon, però mi sforzo di essere oggettivo, perché sono convinto che questo ruolo, questa onestà, sia quello di cui il mondo ha più che mai bisogno. Per secoli abbiamo avuto classi esterne al potere che lo criticavano. Era un fatto encomiabile, ma non è stato sufficiente, e proprio la Silicon Valley lo ha dimostrato. D’altro canto, sarebbe grave lasciare che i potenti acquisiscano troppa sicurezza. È vitale trovare una via di mezzo, in cui chi è dentro la struttura del potere sappia e possa criticarla. Poi è necessario accettare le contraddizioni: la perfezione è impossibile». «Non farai un buon uso di internet finché non ti ci sarai confrontato alle tue condizioni, almeno per un po’»: che cosa intende con questa frase? «Che da giovani, e non più è il mio caso, sarebbe una buona idea fare qualcosa per conoscersi meglio, per mettersi alla prova, magari viaggiando e correndo dei rischi. È triste vivere la propria esistenza in funzione di ciò che vogliono gli altri. Bisogna imparare a conoscersi e a conoscere il mondo, un mondo che ogni generazione dovrebbe scoprire nuovo. Ciò che più mi ha infastidito nell’evoluzione della Silicon Valley è stato l’uso della pubblicità: sembra una sorta di sensibilità predeterminata di come la tua vita dovrebbe essere. C’è qualcosa di profondamente infelice in un giovane che non si prenda una pausa di almeno sei mesi dai social media per apprezzare la differenza tra una vita con e una senza quelle piattaforme. Com’è possibile, altrimenti, sviluppare il proprio punto di vista sulle cose e diventare saggi?”.

 

Parlando della Silicon Valley con Elon Musk, Jeff Hammerbacher ha detto che le menti migliori di questa generazione lavorano per convincere la gente a cliccare sulle inserzioni pubblicitarie. 

“È così, nel senso che le risorse investite nella cosiddetta “intelligenza artificiale” – ormai un termine di marketing privo di un reale significato – superano di gran lunga gli investimenti in qualsiasi altro settore. L’abbiamo sfruttata in ambiti diversi, come per la scoperta di nuovi farmaci, ma oggi l’intelligenza artificiale viene utilizzata soprattutto per orientare i comportamenti di consumo”. 

 

Sembra terrorizzato dal futuro…

“È a questa paura che devo il mio impegno. Intendiamoci, il genere umano ha già attraversato periodi atroci: la prima metà del Ventesimo secolo, o gran parte di quello precedente. Oggi però il mondo è diverso: buona parte della popolazione vive nel benessere, mentre un’altra, non per forza alla fame, si barcamena nell’incertezza. In più, armi biologiche e nucleari, virus, catastrofi naturali e chissà cos’altro, moltiplicano le possibilità di una distruzione di massa. È una combinazione nuova, una fonte di ansia enorme. Ed è inquietante che si debba affrontarla mentre abbiamo deciso di connetterci gli uni agli altri attraverso una tecnologia che ci sta rendendo folli. Che coincidenza disgraziata!”.

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