(foto: Dominic Lipinski/PA Wire)

Il 91% delle donne dichiara di conoscere il tema del diffusione non consensuale di materiale intimo. Non solo le native digitali, ma anche persone più mature. Purtroppo si tratta di un problema che non accenna a diminuire. Il dato è uno dei risultati della prima ricerca condotta da Women for security, community di professioniste operanti nel mondo della sicurezza informatica in Italia e che ha il sostegno del Clusit, l’Associazione italiana per la sicurezza informatica. Si tratta di esperte che sono riunite per creare un web più inclusivo e sicuro per le donne, a partire dallo scambio di esperienze.

Si comincia dalla consapevolezza: “Revenge porn è convincere una persona a fare qualcosa che porta vantaggio a me, facendo leva sul rapporto che ho con questa persona. Bisogna iniziare da qui, dalla spiegazione del reato, per attuare azioni che migliorino il comportamento delle utenti in rete”, spiega Anna Vaccarelli, prima tecnologa dell’Istituto di Informatica e telematica del Cnr e Registro.it, e componente di Women for security: “Con le colleghe ci siamo incontrate perché lavoriamo nel settore da diversi anni, in ambiti diversi. E ci siamo accorte che se ci fossimo date una struttura avremmo potuto incidere su alcuni comportamenti della rete”.

Scelte individuali consapevoli

La cosa più importante, lo ribadisco, è creare consapevolezza, parlando dell’argomento: è l’unica strada verso un web più sicuro per le donne. È necessario che ci sia un’abitudine al comportamento corretto”, dice l’esperta. La regola d’oro è quella che fa appello al buonsenso, ma ancora non è stata recepita da tutte. Vuoi per inesperienza, per buonafede, fiducia. Prendiamo uno dei temi più centrali, le foto. “Sento ancora dire frasi come “ma se io le inoltro in modo sicuro non va bene?”. Quando si invia la foto se ne perde il controllo per sempre. La rete non ha oblio. Anche usare le chat più cifrate non è sicuro perché si possono comunque fare screenshot delle immagini”, va avanti Vaccarelli.

Per questo, secondo l’esperta, è prioritario rendere chiaro a tutte il quadro delle conseguenze, “così ci pensano più volte se mandare o meno materiale”. Perché, aggiunge, “non c’è solo la tecnologia, tutto inizia dalle scelte individuali, dai comportamenti imprudenti”. L’esempio dei minori è calzante, per Vaccarelli: “Esiste il parental control ma non può coprire tutto, può essere aggirato. Esistono strumenti che possono aiutare, ma fino a un certo punto. Dopodiché se qualcuno riceve minacce e ricatti sul web, difficilmente l’anonimato di chi perpetra queste cose regge se il problema viene risolto da professionisti tecnici come quelli della Polizia postale. Ma la questione è a monte”.

Le giovani sono più smanettone, ma non per forza consapevoli dei rischi connessi. Se si riesce a intervenire fin da subito sulle ragazze, mano a mano avremo una popolazione più consapevole circa la vita in rete. Lavorare sulle donne mature è più complicato. Se le prime si possono intercettare anche attraverso la scuola, dalle elementari alle superiori con incontri nelle ore di cittadinanza digitale, che negli ultimi dieci anni sono richiestissimi, le seconde sono più complicate da trovare“, conclude Vaccarelli. “Per questo – aggiunge – cerchiamo come community di capire quali azioni intraprendere e con che canali. Il fatto che aumenti la loro presenza in rete ci agevola, perché attraverso la rete stessa possiamo includerle, soprattutto sui social, da Facebook a Linkedin. È importante che non facciano errori banali, dobbiamo supportarle”.

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