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Dopo decenni di risultati insoddisfacenti, finalmente la ricerca di un vaccino contro la malaria inizia a vedere un barlume di luce. Una sperimentazione ancora agli inizi, condotta dall’istituto Jenner dell’università di Oxford (lo stesso del vaccino anti Covid di AstraZeneca), ha mostrato che un nuovo candidato vaccino antimalarico risulta efficace per ora al 77% e potrebbe rappresentare una svolta, secondo gli autori, con un impatto importante sulla sanità dei paesi colpiti dalla malattia. I risultati preliminari, da approfondire e confermare, sono disponibili in un preprint (la ricerca non è ancora peer reviewed) su The Lancet.

Servono nuovi candidati

Il nuovo candidato non è l’unico vaccino studiato contro la malaria. Ad oggi in commercio esiste un solo vaccino, il Mosquirix, approvato nel 2015 e basato sempre sulla stessa proteina, che però ha mostrato un’efficacia minore (nei casi migliori pari al 56%). Per questo è necessario trovare altri candidati e nuove strategie di costruzione del farmaco.

Il trial odierno è ancora limitato dato che svolto su 450 bambini molto piccoli (da 5 a 17 mesi di vita) a Nanoro, in Burkina Faso, stato dell’Africa occidentale dove la malaria – seconda malattia al mondo per numero di decessi a livello globale – è endemica, ricordando che qui la malaria probabilmente ucciderà più del Covid-19. In generale l’Oms ha stimato che nel 2019 ci sono stati 229 milioni di contagi e che ci sono circa 400mila morti l’anno per malaria.

Lo studio sulla malaria

Non è un caso che il test abbia riguardato i più piccoli, dato che maggior parte dei decessi per malaria riguarda bambini con meno di 5 anni, che non hanno ancora sviluppato l’immunità adattiva. Il candidato vaccino considerato, che si chiama in sigla R21/Matrix-M è a basso dosaggio e a base della proteina circumsporozoite. Questa proteina, secreta dal parassita responsabile della malaria, è il bersaglio degli anticorpi specifici prodotti dal sistema immunitario grazie alla vaccinazione.

Lo schema vaccinale prevede 3 somministrazioni a distanza di 4 settimane l’una dall’altra e una quarta dopo 12 mesi dalla prima. I bambini sono stati divisi in un gruppo vaccinato col nuovo candidato, un gruppo di controllo a cui è stata somministrata la vaccinazione per la rabbia. All’interno del gruppo vaccinato per la malaria ci sono due sottocategorie: alcuni bimbi hanno ricevuto una bassa dose di adiuvante (sostanza aggiunta per potenziare la risposta del sistema immunitario) e altri una maggiore.

Un vaccino efficace al 77%, per ora

L’efficacia del vaccino nel campione di 450 bambini è risultata pari al 74% nel gruppo che ha ricevuto una bassa dose di adiuvante e del 77% in quello che ha avuto quella più alta. A distanza di un anno l’efficacia è rimasta pari al 77% nel gruppo che ha ricevuto più adiuvante. In particolare, dopo un anno i livelli degli anticorpi specifici sono diminuiti ma la quarta dose (il richiamo a 12 mesi) li ripristina. Gli scienziati devono ora estendere la sperimentazione e prevedono di lanciare un trial di fase 3, entro il 2021, coinvolgendo 5mila bambini del Burkina Faso, Mali, Kenya e Tanzania. Il farmaco, si legge nel preprint, ha un buon profilo di sicurezza ed è stato ben tollerato.

Sarà la svolta?

Per quanto riguarda i dati, seppure circoscritti sono promettenti. “Si tratta di risultati entusiasmanti – commenta Halidou Tinto, parassitologo presso l’Institute for Health Sciences Research a Nanoro – con livelli di efficacia mai raggiunti all’interno del nostro programma di sperimentazione per un vaccino contro la malaria che sia anche ben tollerato”. Ma qualcuno è più cauto e avanza dei dubbi, come il ricercatore Rhoel Dinglasan dell’università della Florida, che a sua volta sta sviluppando con il suo gruppo un vaccino antimalarico (non questo). In un articolo su Science, l’autore plaude al lavoro ma rimarca che dal preprint sul Lancet non sono disponibili i dati genomici del parassita malarico che ha infettato i bambini vaccinati poi risultati malati: insomma, le informazioni del preprint in preview non sono complete e non ci forniscono un quadro chiaro.

Dai costi alle prospettive

I costi potrebbero essere molto contenuti. “Il prezzo della singola dose – ha spiegato sempre su Science lo scienziato dell’università di Oxford Adrian Hill, a capo dell’indagine – sarà più basso di quanto mai accaduto finora”. Nella migliore delle ipotesi, prosegue il ricercatore, i dati del trial che partirà nel 2021 verranno sottomessi alle agenzie regolatorie alla fine del 2022 e l’approvazione per l’uso del vaccino potrebbe arrivare all’inizio del 2023. Insomma, ancora c’è un po’ da attendere, ma come sappiamo le sperimentazioni, e soprattutto quelle pediatriche, hanno dei tempi lunghi. Il gruppo di Oxford, in collaborazione con l’azienda indiana Serum Institute of India (e c’è anche la statunitense Novavax nella sperimentazione) si è impegnato a produrre 200 milioni di dosi nei prossimi anni, qualora tutto proceda nella direzione giusta.

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