Un articolo estratto dal numero 96 di Wired, dedicato agli sforzi delle ricerche scientifiche nel campo della salute.

di Mario Cucinella, testo raccolto da Francesco Oggiano

art Rik Oostenbroek

La prima volta ci entrai a otto anni e ci rimasi tre mesi. La mia quotidianità s’interruppe lì, tra i corridoi del Gaslini di Genova: un luogo che non mi apparteneva, e che giravo su una sedia a rotelle inseguendomi per gioco con i compagni di camera. Da allora, negli ospedali ci sono entrato centinaia di volte, quasi sempre affiancato da uomini e donne in giacca, per studiarli, sezionarli e progettarli. Facilissimo capire il periodo in cui ciascuno è venuto su. Ci sono quelli di fine Ottocento, come il Sant’Orsola di Bologna: furono costruiti all’interno di parchi, da uomini convinti che la natura fosse essa stessa un elemento imprescindibile per la cura degli esseri umani. Ci sono quelli degli anni Cinquanta e Sessanta: monoliti enormi realizzati fuori dalle città da uomini convinti che per uscire dal dopoguerra fosse d’aiuto un po’ di megalomania. Infine, ci sono quelli edificati negli ultimi trent’anni, opere simboliche di un ritorno a una dimensione più umana.

Durante la pandemia, specialmente i primi due tipi hanno mostrato le loro debolezze, che coincidevano con quelli che fino a poco prima venivano reputati punti di forza. Erano ospedali progettati come enormi monoblocchi di cemento – grandi corridoi con le camere ai lati – piuttosto ostili, mediamente scomodi, molto brutti, poco funzionali e incapaci di adattarsi alle esigenze congiunturali. Per loro natura, alcuni si sono rivelati persino una delle cause di distribuzione del virus: non prevedendo un accesso separato per le persone sintomatiche, hanno fatto confluire in un unico luogo – il pronto soccorso – persone comuni e persone contagiate. Realizzati per concentrare nello stesso luogo la soluzione, hanno finito per concentrare anche il problema. Ora, grazie al Recovery Fund, abbiamo davanti una delle sfide più grandi degli ultimi decenni: ripensare i nostri ospedali e immaginarne di nuovi. Mi piace credere che lo faremo, su tutto, rispettando quattro princìpi.

Primo, la flessibilità. L’ospedale del futuro dovrà essere modulare, capace di modificare se stesso. Dovrà poter cambiare numero di camere, spostare le degenze, sostituire una sala con un’altra, ampliare o diminuire i posti letto, trasformare una sala operatoria in un’area per il day hospital. Tutto questo nel giro di pochissimo tempo, e con i pazienti al suo interno.

Secondo, la funzionalità. Basta giganti verticali di decine di piani usati come compartimenti stagni, ognuno dedicato a una specialità. I nuovi ospedali si svilupperanno orizzontalmente. Una volta entrato, il paziente troverà tutta la filiera davanti a sé, e dovrà poterla raggiungere comodamente e in poco tempo. Prendiamo il San Raffaele di Milano. Fino a poco tempo fa, un malato in codice rosso doveva fare 60 metri per arrivare in sala operatoria. Durante l’ultimo intervento, abbiamo accorciato quel percorso a 34 metri. Sono 26 metri in meno. Che equivalgono a 12 secondi di percorso. Che, per una persona in codice rosso, equivalgono a una vita.

Terzo, la bellezza: essa stessa, una forma di cura.

L’ospedale del futuro dovrà essere generoso, rilassante, accogliente. Nel mondo ci sono già alcuni ospedali che si basano sulla cosiddetta healing architecture. È l’architettura curativa, che mira ad accelerare la guarigione o quantomeno ad alleviare le sofferenze dei pazienti attraverso la natura. Una delle cose più belle che abbia mai visto è l’atrio dell’ospedale di Riad. Un complesso enorme aperto a tutta la città, con trenini volanti, reception, negozi, spazi di accoglienza per le famiglie, ristoranti, bar, salotti per chiacchierare. Uno dei posti più belli al mondo, dove passare uno dei momenti più brutti. L’ospedale sarà un contesto in cui la quotidianità delle persone non si interromperà completamente, ma potrà trovare qualche nuova forma. Finora, l’unico spazio dei pazienti è stata la loro camera: un luogo buio, legato alla malattia. In futuro costruiremo sempre più ambienti extradegenza, in cui vivere un pezzo di quotidianità: cucine, salotti, aree dove poter ospitare i propri cari in visita, strade pedonali con negozi, parchi.

Ultimo principio, il più importante: l’ospedale del futuro dovrà ridurre se stesso, e moltiplicarsi in strutture più piccole distribuite sul territorio.

Sarà lui ad andare verso la gente e non il contrario. La lezione principale che trarremo dal 2020 è la seguente: dobbiamo spalmare più attentamente i servizi sul territorio. Negli ultimi anni, i tempi di degenza sono crollati da circa cinque giorni a un giorno e mezzo. La cultura del day hospital ha fatto sì che in ospedale non ci andassero solo i degenti, ma persone che avessero bisogno di assistenza per appena tre, quattro ore. Ecco, questi uomini e donne, anziani e bambini, non necessitano degli ospedali classici, ma di strutture più piccole e distribuite capillarmente per la città, in cui avvalersi di comuni servizi ambulatoriali.

Creeremo sempre di più una gerarchia dei luoghi di cura, in base alla gravità e ai servizi offerti. Se al punto più alto della gerarchia ci sarà il classico ospedale (destinato ai casi più gravi) in quello medio ci saranno gli ambulatori e i presidi ospedalieri, che saranno immersi nella città e saranno punti di socialità importantissimi. Saranno case della salute con più funzioni: avranno sale dove giocare a carte al fianco degli ambulatori, sale dove poter studiare musica al fianco di quelle per il day hospital. Idealismo? Tutt’altro. Finora abbiamo parlato dei progressi della medicina esclusivamente dal punto di vista tecnologico. Ci siamo riempiti le bocche e i convegni di parole come robot, telemedicina, intelligenza artificiale. Ma non abbiamo ancora parlato dell’evoluzione sociale e psicologica della cura stessa.

Moltissime persone anziane si ammalano perché sono sole. Hanno davanti un mondo ostile. Ecco, i nuovi ospedali diffusi nelle città saranno i luoghi della cura e quelli dell’incontro. Saranno spazi per tutti, dedicati anche alla socialità gratuita, aperti ai contributi volontari di nuove persone, magari degli anziani, che qui potranno portare il loro aiuto ad altri pazienti attraverso scambi culturali. Non sarebbe, quello, un bel posto in cui passare un brutto momento?

Al punto più basso, ma più importante della gerarchia del sistema di cura, ci saranno le nostre case. Saranno loro i primi tasselli del nostro benessere. Oggi, troppi italiani vivono in abitazioni malsane, inadeguate per spazio, prestazioni ed efficientamento termico (nel 2003, a seguito di un’ondata anomala di calore, migliaia di anziani morirono semplicemente perché abitavano in case non isolate). Al loro interno, ci cureremo grazie alla telemedicina, all’intelligenza artificiale e, perché no, all’ascolto. Molte persone potranno parlare con il proprio medico da remoto, essere controllate tramite il digitale, essere rassicurate e non aver più bisogno di andare in ospedale. Perché sì, il miglior ospedale sarà quello di cui sempre meno persone avranno bisogno.

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