(Photo by Alain Pitton/NurPhoto)

Dopo un lungo viaggio in giro per il mondo, bussando alle porte di diversi uffici brevetti, dimostratisi invero poco accoglienti, Dabus ha trovato un luogo dove il “suo” sforzo creativo è finalmente riconosciuto. Qualcosa che sembrava essere fantascientifico fino a pochi mesi fa, è diventato realtà in Sudafrica e immediatamente dopo in Australia. In Sudafrica e Australia a una macchina di intelligenza artificiale (Ai) è stata riconosciuta la qualifica di inventore, con tutte le conseguenze del caso, in termini di riconoscimento dei diritti.

Il nome di tale sistema di Ai è Dabus (che sta per “device for the autonomous bootstrapping of unified sentience“) creato da Stephen Thaler, internazionalmente noto come pioniere nel campo dell’Ai e della programmazione. Dabus è una rete neurale artificiale, formata da strati multipli di nodi (chiamati “neuroni”) che elaborano segnali e li combinano tra loro. Le reti neurali sono modelli semplificati del cervello. I dati inseriti dall’utente della macchina, compresi modelli di output, vengono utilizzati dalla macchina che autonomamente individua le regole che deve seguire per ottenere il risultato desiderato, senza ulteriore intervento umano.

Nel caso di Dabus, che si propone di essere una macchina creativa, l’obbiettivo è, appunto, la creazione di nuove invenzioni, dotate dei requisiti minimi di brevettabilità, in termini di novità e attività inventiva. In particolare, Dabus ha “inventato” un contenitore frattale per alimenti.

Il niet dell’Europa

La domanda di brevetto che indica Dabus come inventore è stata depositata in primo luogo all’Ufficio statunitense di marchi e brevetti (Uspto) e a quello europeo (Epo). Quest’ultimo ha respinto la domanda di questo brevetto e di un altro, invocando in primo luogo la carenza di requisiti formali.

L’Epo ha dichiarato la Convenzione sul brevetto europeo e i regolamenti d’implementazione richiedono chiaramente che il nome dell’inventore sia specificato nella domanda di registrazione. Questi requisiti formali permettono agli inventori di esercitare i loro diritti. Al contrario, le cose (o le macchine di Ai, come nel caso in questione) non hanno diritti da esercitare, perché non sono dotate di personalità giuridica. Secondo l’Epo non si può tanto meno ricorrere alla finzione giuridica di qualificare la macchina Dabus come dipendente del titolare del brevetto, o quest’ultimo come avente causa della macchina, ancora una volta perché un sistema di Ai non ha personalità giuridica e non può, di conseguenza, essere creatore di una qualsiasi presunta invenzione, nè può trasferire a terzi i relativi diritti.

L’Epo conclude chiarendo che la designazione dell’inventore è un requisito formale che una domanda di brevetto deve soddisfare: la valutazione di questi requisiti formali è indipendente e ininfluente rispetto al ricorrere o meno dei requisiti sostanziali di brevettabilità dell’invenzione (per esempio, il requisito di novità), che L’Epo non ha indagando, essendosi fermato prima. L’Epo si limita solo a suggerire che “il proprietario di un sistema di Ai può, in conformità con il diritto nazionale, possedere la produzione di quel sistema, proprio come un proprietario di qualsiasi macchina può possedere la produzione di quella macchina. Tuttavia, la questione della proprietà di un output deve essere distinta dalla questione dell’inventore e dei relativi diritti“.

Negli Stati Uniti

La posizione dell’Uspto non è tanto dissimile e il 2 settembre 2021 la Corte distrettuale della Virginia ha negato la richiesta del dottor Thaler di annullare la decisione dell’Uspto che rifiutava la possibilità che Dabus potesse qualificarsi come inventore. La Corte ha sottolineato che la decisione dell’Uspto era giusta anche alla luce di una consultazione pubblica indetta dall’Uspto che ha concluso che “potrebbe arrivare un momento in cui l’intelligenza artificiale avrà raggiunto un livello di sofisticazione tale che sarà sostenibile identificarla con l’inventore, ma quel momento non è ancora arrivato“.

Anche l’Epo aveva fatto un’affermazione simile ma spostando molto in là nel tempo il momento in cui una macchina di Ai avrebbe potuto qualificarsi come inventore posto che, afferma, “gli scienziati sembrano concordare che i sistemi di Ai in grado di inventare indipendentemente dalle istruzioni impartite e dalla supervisione umana, sono un’ipotesi collocabile in un futuro indefinito, quindi si parla di fantascienza“.

La sorpresa australiana

La Corte federale australiana ha preso, invece, una posizione diversa giungendo alla conclusione per cui mentre solo una persona fisica a o una persona giuridica possono essere il titolare del brevetto di un’invenzione, una macchina di Ai può essere qualificata come l’inventore. La Corte sottolinea che nella legge non c’è una disposizione specifica che escluda la possibilità che una macchina di Ai possa essere qualificata come “inventore” e che non può giungersi a questa soluzione solo basandosi sulla definizione di “inventore” rinvenibile nel dizionario.

Inoltre, secondo la Corte, dato che lo scopo della normativa locale in materia di tutela brevettuale è quello di promuovere “il benessere economico attraverso l’innovazione tecnologica e il trasferimento e la diffusione della tecnologia“, escludere le invenzioni fatte da Ai sarebbe incoerente con questo scopo.

Un passaggio peculiare della decisione è quello in cui la Corte spiega che è importante riconoscere la realtà dei fatti e identificare l’Ai come inventore quando l’invenzione è stata realmente generata dal computer senza assistenza umana, per evitare incertezze legali. Le incertezze riguarderebbero soprattutto l’identificazione dell’inventore: “Se l’inventore deve essere necessariamente un umano, chi può essere costui? Il programmatore? Il proprietario? L’operatore? La persona che ha fornito i dati di input? Tutti i precedenti? Nessuno dei precedenti?”. E se nessuna persona fisica fosse identificabile come inventore, cosa accadrebbe?”. In altre parole, la Corte sembra gettare la spugna di fronte alla complessità degli interrogativi posti dalle nuove tecnologie, rinunciando alla possibilità di dare riposte ancorate al dato normativo.

In realtà anche le autorità amministrative che hanno rifiutato la possibilità che una macchina di Ai possa essere indicata come inventore in una domanda di registrazione di brevetto, non hanno completamente escluso che ciò non sia possibile, riconoscendo, fra le righe, questa come un’opzione, che non può però essere rimessa alla loro discrezionalità, dovendo piuttosto essere frutto di scelte politiche, oggetto di riflessioni più approfondite che tengano conto dei risvolti economici oltre che giuridici. Nel caso australiano si sono saltati molti passaggi e probabilmente si è giunti un po’ frettolosamente a riconoscere una macchina di Ai come inventore solo perché in quel caso vi era una coincidenza tra il titolare del brevetto e il proprietario dell’Ai in questione. Ma cosa sarebbe successo se l’invenzione in questione fosse stata creata dalla macchina diAi su incarico di un soggetto diverso dal proprietario dell’Ai ed il primo soggetto fosse stato indicato come titolare del brevetto per invenzione? Chi o “cosa” sarebbe stato il dante causa del titolare del brevetto? E in base a quale titolo?

La soluzione solo apparentemente all’avanguardia adottata dalla Corte federale australiana non risponde a questo quesito. È evidente che questi temi richiedono un’approfondita riflessione sulle conseguenze derivanti dalla possibilità di attribuire diritti, come l’inventorship, alle macchine diAi , e dette riflessioni dovrebbero condurre ad una posizione condivisa a livello internazionale in modo da prevenire un approccio a macchia di leopardo che non garantisce omogeneità di tutela.

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