(foto: Daniel Schludi/Unsplash)

In inglese, un conto è l’efficacy e un altro è l’effectiveness. In italiano, invece, usiamo un termine unico, ma in questi giorni distinguere un aspetto dall’altro è importante per capire esattamente di cosa si stia parlando. E per chiarire che l’efficacia di cui tanto si chiacchiera sui media non è l’unica questione di cui preoccuparsi. Ma andiamo con ordine.

La storia dell’ultima decina di giorni è ben nota. Prima Pfizer e Biontech annunciano che il proprio vaccino ha un’efficacia pari almeno al 90%. Poi arriva Sputnik V, la versione russa, per la quale si millanta un’efficacia del 92%. E dopo appena qualche giorno ad alzare la posta ci pensa Moderna, che dichiara un 94,5%. E infine, nella giornata di ieri, da Pfizer e Biontech  arriva un aggiornamento sul loro studio di fase 3, alzando l’asticella dell’efficacia al 95%. Comunque vadano le cose, una certezza resta: questa corsa al rilancio si fermerà prima di raggiungere quota 100.

In questo caso il significato del termine efficacia è ben noto. Indica, infatti, qual è la percentuale stimata di persone vaccinate che è risultata protetta contro Covid-19, confrontando l’incidenza della malattia tra il gruppo di volontari sottoposti alla vaccinazione e il gruppo di controllo a cui è stato somministrato un placebo. L’ottima notizia, qui, è che le percentuali presentate ai media sono estremamente alte: già sopra il 50% il vaccino sarebbe stato ritenuto accettabile, e la quota del 75% era ciò in cui si sperava. Stare addirittura oltre il 90% significa che si è andati al di là anche delle più ottimistiche aspettative.

Le criticità dell’efficacia dichiarata

I numeri sono molto alti e molto buoni, è vero, ma meritano di essere presi con attenzione. Anzitutto perché si tratta ancora di dati preliminari, non confermati da una pubblicazione scientifica con tutte le revisioni dei pari del caso. E poi perché, trattandosi di stime ricavate a partire da un campione di malati relativamente piccolo (dell’ordine del centinaio, per intenderci), anche un solo malato in più o in meno sposterebbe i valori in modo non trascurabile. Basta pensare al caso Pfizer-Biontech: finora sono stati registrati 170 malati Covid-19 su 43mila partecipanti allo studio, tra cui solo 8 infetti nel gruppo dei vaccinati (contro 162 del gruppo di controllo). Se solo ne fosse stato registrato uno in più, o uno in meno, la percentuale di efficacia si sarebbe spostata per una sola persona al 94,4%, o al 95,7%.

L’assente in questa discussione, poi, è l’incertezza. Dovremmo infatti chiarire quale sia il margine d’errore, in sostanza l’intervallo di confidenza, a maggior ragione se i valori sono molto vicini. Se ci fosse anche solo un’incertezza del ±2%, del tutto possibile in questa fase preliminare, che senso avrebbe stilare una graduatoria con numeri che differiscono appena di qualche unità, o addirittura di pochi decimali?Insomma, fare classifiche per ora è impossibile, o comunque poco utile.

Il problema dell’efficacia è più vasto

Non è solo una questione di pignoleria numerica. Il punto cruciale, infatti, è che tra l’efficacia ottenuta da uno studio clinico controllato e l’efficacia in termini di effetto sulla popolazione generale c’è una grande differenza. E non a caso per gli anglofoni la prima è l’efficacy, la seconda è l’effectiveness.

Partiamo dagli elementi più semplici, e più recenti. In uno studio pubblicato su Nature lo scorso maggio, quando la corsa al vaccino era solo nelle sue fasi iniziali, è scritto chiaramente che la questione dell’efficacia individuale non può essere ridotta a un semplice sì o no. Anche in quelle persone in cui Covid-19 si manifesta, infatti, è importante capire se il vaccino abbia allungato il tempo di incubazione e alleviato i sintomi della malattia. Elementi che possono contribuire in modo determinante ad appiattire la curva dei contagi e a ridurre la pressione sulle strutture sanitarie, il tasso di letalità e anche la capacità del virus di trasmettersi da persona a persona. In questo senso, dunque, ridurre l’efficacia a una singola percentuale non può raccontare appieno l’effetto di un vaccino.

Se intendiamo l’efficacia di un vaccino nel senso più generale di bontà, utilizzabilità e potenzialità nel determinare la fine della pandemia, allora molti altri fattori decisivi entrano in gioco. Al di là della sicurezza, ossia dello scongiurare reazioni avverse gravi e frequenti, ci sono questioni strettamente scientifiche come la durata e il tipo della risposta immunitaria stimolata, il numero di somministrazioni necessarie per indurre la risposta immunitaria stessa e le eventuali differenze tra una fascia d’età e l’altra o in base alle patologie pregresse. E poi un lungo elenco di questioni organizzative, che spaziano dalla modalità di somministrazione al costo di ciascuna dose, dai requisiti per la conservazione alla percentuale della popolazione che è effettivamente ritenuta idonea a ricevere quella specifica formulazione vaccinale. Tutte faccende che non giungono certo nuove, e che sono scritte nero su bianco in pubblicazioni scientifiche che risalgono a quasi trent’anni fa, oltre che nei documenti dell’Organizzazione mondiale della sanità.

Non è raro, peraltro, che anche l’efficacia nel senso individuale del termine mostri variazioni significative tra gli studi clinici controllati e l’estensione di una campagna vaccinale a un’intera popolazione.

A questi aspetti più strettamente tecnici e scientifici vanno poi aggiunti tutti quelli geopolitici. Il grado di funzionalità ed efficienza del sistema sanitario, l’effettiva disponibilità di una quantità sufficiente di dosi di vaccino, la percentuale della popolazione davvero disposta a sottoporsi alla vaccinazione. Tant’è che per molti vaccini l’effectiveness nel ridurre le morti o le ospedalizzazioni ha purtroppo un’incertezza intrinseca dell’ordine delle decine di punti percentuali.

E riguardo alla citatissima immunità di gregge, che potrebbe effettivamente portare alla conclusione della pandemia, determinante è non solo l’efficacy del vaccino (per la quale percentuali superiori al 90% danno ottime speranze), ma anche la sua effectiveness, che come già detto dipende solo in parte dalle caratteristiche biochimiche della soluzione vaccinale.

Le tante incognite dietro le percentuali

Cosa significa tutto questo per l’attuale scenario pandemico? Se da un lato le formulazioni di Pfizer-Biontech e di Moderna appaiono piuttosto simili da molti punti di vista, allo stesso tempo ci sono altri vaccini in rampa di lancio (come quello di Oxford/AstraZeneca) che si basano su piattaforme biologiche molto diverse, e soprattutto per tutti quanti restano ancora punti di domanda.

Per esempio, non è chiaro se i vaccini siano in grado di prevenire solo Covid-19 o anche l’infezione da Sars-Cov-2, ossia se possano solamente impedire che la malattia si manifesti in forma rilevante dal punto di vista dei sintomi o scongiurare pure la trasmissione del virus da persona a persona. Ancora più importante, visto che la pandemia è iniziata da meno di un anno, è che non sappiamo ancora quanto a lungo potrebbe durare la risposta immunitaria indotta dalla vaccinazione, né entro quali limiti la risposta immunitaria sia davvero protettiva.

Insomma, davanti a queste incognite, la valutazione delle variazioni minime tra l’efficacia dichiarata per i vari vaccini pronti al lancio sul mercato lascia il tempo che trova. Con questi (per fortuna) promettenti candidati, saranno altri gli aspetti che faranno davvero la differenza.

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