L’attacco terroristico alle Torri gemelle dell’11 settembre 2001 (Chris Collins/Corbis/Getty Images)

Sono passati venti anni da uno dei giorni che ha segnato di più la storia degli anni Duemila. Alle 8.46 dell’11 settembre 2001 un Boeing partito dall’Aeroporto internazionale Logan di Boston si infranse sulla facciata settentrionale della Torre nord del World Trade Center a New York, seguito alle 9:03 da un altro contro la Torre Sud. Poi fu la volta del Pentagono mentre un quarto aereo finì nei campi in Pennsylvania.

Il controllo dei velivoli era stato preso da un gruppo di terroristi appartenenti all’organizzazione terroristica al Qaida, protetti in Afghanistan dal regime dei talebani, quegli stessi talebani che oggi, in una sorta di flashback, sono tornati al potere approfittando del ritiro del contingente americano spedito nel paese proprio in reazione a quell’11 settembre per compiere una missione di lotta al terrorismo che, evidentemente, non ha raggiunto i suoi obiettivi.

Una ferita ancora aperta

Quello dell’11 settembre 2001 è considerato il più grave attentato terroristico di sempre. A perdere la vita a causa dell’impatto degli aerei contro le Torri gemelle e del loro conseguente crollo sono stati 2.753 civili, oltre ai 19 attentatori suicidi, e per gli Stati Uniti si è trattato di un trauma collettivo senza precedenti, da cui oggi ancora non ci si è ripresi fino in fondo. Si è cercato tramite commemorazioni, monumenti, studi scientifici di prendere coscienza di quanto avvenuto, in una sorta di processo condiviso di accettazione di una pagina buia della storia dell’umanità. Ma è indubbio che la frase trita e ritrita della “ferita ancora aperta” sia tuttora valida, dal momento che l’11 settembre continua a costituire il presente più che il passato per gli Stati Uniti e per il resto del mondo.

Un discorso che è vero non solo dal punto di vista storico ed emotivo, ma anche da quello più quotidiano. Basti pensare che a oggi oltre la metà delle persone morte nel crollo delle Torri gemelle non sono ancora mai state ufficialmente riconosciute. Si conoscono i loro nomi, si sa che non ci sono più perché si trovavano nel posto sbagliato al momento sbagliato, ma per mille e più civili manca una corrispondenza tra i dati anagrafici e i resti umani ritrovati nei days after tra le macerie del World Trade Center. Venti anni dopo gli attacchi a New York, insomma, molte delle persone segnalate come vittime sono in realtà disperse.

Il problema è che la gran parte dei 22mila resti umani ritrovati e conservati nel National September 11 Memorial & Museum sono in condizioni pessime, non per errori di conservazione ma per il modo in cui gli attentati hanno distrutto i corpi delle vittime, a causa degli impatti violenti e del fuoco. In questi venti anni si è continuato a lavorare su di essi, sfruttando ogni potenzialità delle tecniche forensi tradizionali, ma ormai tutto quello che era identificabile è stato identificato e per il resto il lavoro dei medici si è arenato, a parte rari casi.

Nell’estate del 2018, per esempio, si è riusciti a dare un nome ad alcuni dei resti sotto esame: si trattava di Scott Michael Johnson, un analista finanziario che lavorava all’89esimo piano della Torre Sud e di cui si erano perse le tracce da 17 anni. “Abbiamo sempre pensato che a un certo punto si sarebbe ripresentato dicendo: ‘Eccomi. Ho avuto un’amnesia””, hanno dichiarato i genitori al momento dell’identificazione, a dimostrazione di come per molte famiglie ancora in attesa di notizie sui propri cari il dramma prosegue con la stessa violenza di venti anni fa. 

Nuova tecnica genetiche

Negli ultimi tempi si è proseguiti a un ritmo di un’identificazione ogni anno, un indicatore della complessità del lavoro, che potrebbe durare ancora a lungo, visto che i dispersi sono ancora oltre un migliaio. Ma le cose potrebbero cambiare. Come ha annunciato il team di medicina forense di New York che si sta occupando della questione, entro la fine del 2021 si comincerà a utilizzare sui resti delle vittime una nuova tecnica di analisi del dna all’avanguardia, nota come Next generation sequencing (Ngs).

Si tratta di una tenica che si basa su un sequenziamento massivo, più esteso, dei frammenti del dna. Andando ad analizzare molte più regioni rispetto a quelle standard, l’intento è quello di riuscire a identificare i frammenti anche da campioni degradati“, spiega a Wired Giorgio Portera, genetista: “Se da una metodica standard il biologo ha bisogno di un tot di quantitativo che sia dal punto di vista della quantità che della qualità deve avere dei minimi requisiti, altrimenti non si riescono a fare le analisi, le nuove metodiche Next generation sequencing, che abbiamo peraltro già applicato in vari casi penali in Italia, permetterebbero di riuscire a dare un’identificazione anche su frammenti altamente deteriorati“.

Secondo Portera, il condizionale è d’obbligo perché non è detto che questo porti un risultato assolutamente certo in termini di successo. “La Ngs a volte può dare una mano, ma non sempre“, spiega. E aggiunge: “I costi sono molto più alti così come i tempi: un’analisi del dna su una singola traccia con i campioni standard nel giro di qualche ora dà il risultato, con il Ngs ci vogliono dai due ai tre giorni. Se oggi questa metodologia non è ancora diffusa su larga scala è proprio per questi motivi, oltre al fatto che non è standardizzata e il genetista e i laboratori fanno dunque più difficoltà a utilizzarla. Il suo uso avviene di solito nel momento in cui le prove standard non danno alcun esito, a quel punto è giusto usare il Ngs“.

In attesa del progresso

Nel recente passato questa tecnica è stata utilizzata sui resti delle vittime della seconda guerra mondiale e delle guerre in Vietnam e Corea del sud, ma anche per identificare i resti di persone morte in incidenti aerei. Per quanto riguarda i morti dell’attentato alle Torri gemelle, lo stato delle ossa rinvenute è particolarmente precario ma già dal 2018 sono cominciate le sperimentazioni con la nuova tecnologia, poi rallentate dalla pandemia di Covid-19. Presto si partirà ufficialmente, con la speranza che si riesca a chiudere uno dei tanti capitoli della tragica storia dell’11 settembre. 

La conservazione meticolosa dei resti delle vittime degli attentati presso il National September 11 Memorial & Museum non è avvenuta per caso o come semplice forma di rispetto. L’obiettivo era proprio quello di attendere i progressi tecnologici nelle tecniche forensi, così da poter un giorno dare un nome alle decine di migliaia di resti umani rinvenuti tra le macerie di Manhattan. La nuova tecnica che verrà adoperata entro la fine dell’anno probabilmente non risolverà una volta per tutte il problema, ma potrebbe consentire di fare dei  passi in avanti che al momento non stanno avvenendo. “Se anche portasse a un’identificazione del 20 per cento, sarebbe un successo significativo”, ha sottolineato ad Associated Press Timothy McMahon, direttore delle operazioni sul dna del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti: “Significherebbe dare finalmente delle risposte alle famiglie”.

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