Redatto da Oltre la Linea.

Nell’antichità, come ha riportato Platone nel suo “Teeteto“, era molto nota la leggenda secondo la quale Talete di Mileto, considerato tradizionalmente come il primo filosofo della storia, fosse caduto in un pozzo, mentre contemplava il cielo, studiandone gli astri. Non a caso, dopo il fatto, fu irriso da una servetta trace, che gli fece notare – con adamantina sincerità e schiettezza – come il suo sguardo fissato verso l’alto gli avesse fatto perdere la cognizione della realtà tangibile, motivo per cui non aveva visto l’ostacolo che un semplice sguardo in avanti gli avrebbe evitato.

Questo racconto viene spesso utilizzato per enunciare l’inadeguatezza del filosofo rispetto alla vita (troppo occupato nelle proprie elucubrazioni), ma anche la sua spinta metafisica per uno sguardo al di là dell’orizzonte visibile.

Ma si può andare oltre. Infatti, nel complesso, questi miti archetipici possono avere diverse interpretazioni e letture, tanto che la loro generalità permette a questi medesimi di essere adoperati per differenti ermeneutiche, e per ciò stesso insegnamenti, a seconda dei contesti. Come un racconto di Esopo o di Fedro: «Ó mythos déloi òti».

Se si volesse guardare alla recente storia politica italiana legata al contesto internazionale, approssimativamente quella dagli anni Settanta in poi, si scoprirebbe come il racconto della caduta nel pozzo di Talete coincida perfettamente con la storia che ha caratterizzato una certa parte politica, infatuatasi del cielo al punto tale da non aver visto il buco ove essa è precipitata: la sinistra, e tutto ciò che ad essa ha afferito nel corso degli anni.

1. Un kuhniano cambio di paradigma

Dal punto di vista di chi scrive, una svolta del tutto imprescindibile nel narrare questa storia si è consumata negli anni Settanta – quando il Partito Comunista Italiano aveva dato principio alla propria virata verso sommi sistemi piuttosto che verso concreti obiettivi (alcuni dei quali, comunque, perseguiti e tenuti in considerazione) -: l’alba di un cambiamento del sistema socio-economico nel mondo occidentale, ed i riflessi culturali inevitabilmente venuti in essere con il progressivo radicamento di quest’ultimo.

Nel 1973 e nel 1979 vi furono i cosiddetti “shock petroliferi“, ovverosia degli aumenti cospicui ed inaspettati del prezzo al barile del greggio, coordinato (pur con canoniche separazioni tra falchi e colombe) dai Paesi dell’OPEC, esportatori dell’oro nero, sparsi in tutto il mondo (Libia, Venezuela, Indonesia, Nigeria, Emirati Arabi Uniti e così via). Aumenti che implicarono, alle volte, anche una riduzione della produzione (come nel caso di Gheddafi, che attuò questa misura per il suo Paese) od un direzionamento politico della stessa (l’Arabia Saudita, a seguito dell’ascesa di Khomeini, ruppe i rapporti con l’ENI, concentrandosi sui rifornimenti agli Stati Uniti).

Una Sinistra parabola: dalla Sovranità al Globalismo sans frontières

Le cause erano state di tipo politico anch’esse: nel 1973, la Guerra dello Yom Kippur/Ramadan – che vide fronteggiarsi, per il mese di ottobre, Israele da una parte e Siria ed Egitto dall’altra – indusse gli arabi a voler attuare una rappresaglia petrolifera verso i Paesi occidentali che avevano appoggiato il loro nemico giurato nella regione. Nel 1979, l’ayatollah Khomeini tornò trionfalmente in Iran, dando vita alla Repubblica Islamica, abbattendo il corrotto regime dello Scià e stabilendo un blocco momentaneo degli affari petroliferi con i partner.

Questi sconvolgimenti, esogeni rispetto ai sistemi economici adottati nella Vecchia Europa – peraltro, sempre più connessa a livello commerciale -, crearono il fenomeno della cosiddetta stagflazione: un amalgama di stagnazione ed inflazione, cioè di aumento dei prezzi in concomitanza con una mancata crescita dell’economia in termini reali. Un amalgama che, a posteriori, si può definire naturalmente consequenziale ai due shock economici con scaturigini geopolitiche di cui si è testé detto.

Un aumento esponenziale del prezzo della principale materia prima (il petrolio si era sostituito al carbone) per l’industria non avrebbe infatti potuto far altro che generare un aumento dei costi di produzione, e per ciò stesso dei prezzi di vendita, oltre che una maggiore circolazione di massa monetaria, resasi necessaria da parte degli Stati per sopperire alla deficienza di risorse finanziarie da adoperare verso gli esportatori dell’oro nero. Tuttavia, la risposta produttiva non fu sufficiente, e la crescita stagnò.

Fu allora che si accusarono gli Stati di incapacità della gestione dell’economico. Così, il paradigma cosiddetto neo-liberista, in seguito portato avanti soprattutto da Thatcher e Reagan, e pezzo dopo pezzo sposato da una sinistra italiana (e non solo) sempre più appiattitasi – anche per la sua aderenza ad un progetto, quello europeo, con propulsione mai politica ed esiti invece lapalissianamente commerciali e finanziari -, si insinuò nel Vecchio Continente.

L’economista statunitense Susan George ne ha perfettamente enucleato i pilastri fondanti: «L’idea che il mercato debba essere autorizzato a prendere importanti decisioni politiche e sociali; l’idea che lo Stato debba ridurre volontariamente il proprio ruolo nell’economia, o che le imprese debbano avere una totale libertà; l’idea che i sindacati debbano essere tenuti a bada e che ai cittadini debba essere concessa una minore, e non una maggiore, protezione sociale».

I primi grimaldelli erano stati inseriti per forzare le serrature nazionali, con l’obiettivo di allargarne le maglie e permettere quindi una penetrazione commerciale, economica e finanziaria dei (già) grandi potentati dell’epoca: in seguito, questa operazione si rivelò sempre più efficace.

2. La svolta eurocomunista di Berlinguer

Gli anni Settanta, per l’Europa, rappresentarono non soltanto un periodo di stagnazione economica e di principio del superamento del keynesismo (soprattutto per la diffusione dei teoremi della Scuola di Chicago, gli stessi che furono applicati nel Cile golpista di Pinochet a partire dal colpo di Stato del 1973 contro Salvador Allende, grande oppositore delle deviate ingiustizie del capitalismo), ma anche un periodo particolarmente florido per l’integrazione continentale.

Dopo la nascita della CECA (1951), della CEE (Trattati di Roma, 1957) e dell’EURATOM, il succitato decennio mise in mostra ulteriori passi in avanti verso l’Europa (per definizione, cessioni della sovranità dei singoli Paesi verso un progetto comunitario, per utilizzare ante litteram le parole di Mario Monti):

· ulteriore allargamento del numero dei Paesi membri;
· conduzione comune ed approfondita della politica agricola;
· “Dichiarazione dell’identità europea” a Copenaghen nel 1973, quello che Kissinger chiamo “l’anno dell’Europa” (da un suo discorso a New York del 23 aprile);
· nascita dell’OCSE ad Helsinki;
· conversione delle politiche di bilancio dei vari Stati nel serpente monetario;
· l’adesione allo SME nel 1978.

 

Il processo di integrazione europea – un limbo nel migliore dei casi, un inferno nel peggiore, per citare Bettino Craxi – aveva sempre avuto un endorsement deciso da parte degli Stati Uniti. E non avrebbe potuto essere diversamente: basti pensare all’ACUE (American Committee on United Europe), i cui presidenti coincisero esattamente con quelli della CIA.

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Infatti, sin dai primi anni del dopo-guerra e dalla ricostruzione attuata attraverso il Piano Marshall, il gigante d’oltreoceano effettuò una doppia penetrazione imperialista nel Vecchio Continente: di tipo militare, attraverso le basi NATO, e l’unione continentale giovava in questo senso in ottica anti-sovietica; di tipo economico, sfruttando quella apertura interna dei mercati che, fondamentalmente, trasformò l’Europa nel terreno di caccia della grande finanza ed industria americane.

Il deputato socialista, e padre costituente, Lelio Basso, aveva compreso questa stortura sin dal lontano 1949, come dichiarò nella seduta parlamentare del mercoledì 13 luglio di quell’anno: «Ogni passo avanti verso l’Unione Europea è un passo avanti nella via dell’assoggettamento dell’Europa al dominio del capitale finanziario americano. L’Unione Europea assomiglia più profondamente all’Europa di Hitler».

Questo scetticismo verso il progetto europeo, e verso le conseguenze economiche che quest’ultimo avrebbe comportato alla nazione ed alla sua sovranità, fu una battaglia propria della sinistra italiana soltanto sino… Proprio agli anni Settanta, quando si consumò la cosiddetta “svolta eurocomunista” del Segretario del PCI Enrico Berlinguer nel 1977 (allora, la lotta dicotomica con la Democrazia Cristiana era giunta al suo apice, e così anche il consenso dei comunisti).

La paternità del termine è rivendicata da Frane Barbieri in un suo pezzo sul Giornale Nuovo di Milano, dal titolo “Le scadenze di Brezhnev“, del 26 giugno 1975. Ma vi sono, come suoi presunti padrini, anche il Segretario americano Brzezinski, i quotidiani Le Monde (francese) e The Times (inglese). Certo è che questo obiettivo fu confermato da un’intervista del leader di Botteghe Oscure al Corriere della Sera del 15 giugno 1976 (dal titolo “Berlinguer conta anche sulla NATO per mantenere l’autonomia da Mosca“).

Comunque, a prescindere da chi elaborò per primo la definizione, è significativo che la sua essenza abbia trovato concretezza proprio nella seconda metà degli anni Settanta, quando la concomitanza di integrazione monetaria europea, di cambio di paradigma economico e di maggiore apertura alla NATO portò il PCI sia a riconoscere dei propri limiti nazionali, sia a provare quindi ad estendersi al di fuori di questo stesso contesto. Pur conscio di ciò che avrebbe comportato.

In un’intervista ad Eugenio Scalfari del 1978, Berlinguer lo confermò: sapevano che l’integrazione continentale era condotta da forze capitalistiche e tutto meno che interessate al benessere del popolo, tuttavia si unirono alla spinta europeista cui anche i loro avversari politici non avevano mai rinunciato.

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Iniziò così un sempre più marcato crogiolo di entusiasmo per questo processo, del quale si ignoravano le scaturigini etero-dirette (a prescindere dagli esiti), ed il cui sbocco profondo fu una modificazione culturale, un vero e proprio cambio di paradigma: generato dalla combinazione della crisi del modello keynesiano (non per illogicità, ma per mancata positività, nella risposta dei suoi tradizionali strumenti, agli shock petroliferi) e dell’allargamento degli orizzonti commerciali e monetari a livello continentale.

In parole povere: si provvide, accusando gli Stati di incapacità di gestione dell’economico e lodando le magnifiche sorti della Comunità Europea, a depotenziare gradualmente il concetto di Stato nazione, la sua importanza per un’equa redistribuzione della ricchezza e gestione della giustizia e della libertà dei suoi cittadini. In favore di un modello “più ampio”, ma dai contorni sfumati, dalle origini poco chiare e dagli esiti tutt’altro che benefici: un abbaglio, un progetto che avrebbe, de facto, dato un potere sconfinato al capitale.

3. L’Unione Europea e lo Stato nazionale

L’apice dell’interrelazione che la sinistra italiana – un tempo grande difensore dei diritti dei lavoratori e per ciò stesso importantissimo vettore di democrazia e benessere per il Paese – ha stabilito con il suo ex acerrimo nemico, il modello economico capitalista e foriero di disuguaglianza e povertà (nonostante gli indiscutibili meriti che detiene per lo sviluppo industriale ed il superamento della scarsità di prodotti), è stato raggiunto a partire dagli anni Novanta, quando il Trattato di Maastricht ha dato vita all’Unione Europea (1992).

Un progetto sovranazionale in perfetta simbiosi col liberismo economico, con il competitivismo a tutti i costi. Infatti, l’UE rappresenta un’area commerciale e finanziaria dove:

· una Banca Centrale indipendente e privata detiene il monopolio dell’emissione monetaria, influenzando ed anzi condizionando ed indirizzando i progetti di spesa degli Stati;
· gli Stati, per finanziarsi, invece che creare moneta fiat dal nulla, sono costretti ad indebitarsi con i mercati finanziari (banche e fondi speculativi), senza poter gestire i tassi di interesse;
· le regole da rispettare (il 3% deficit/PIL, il 60% debito/PIL) non hanno alcun fondamento scientifico e sono state elaborate in brevissimo tempo e sulla base di situazioni contingenti non universalizzabili;
· i cambi fissi impediscono di svalutare la moneta, costringendo quindi i vari Paesi a deprezzare il lavoro ed a competere sui salari, che infatti stanno conoscendo una spirale deflattiva irrefrenabile.

La sinistra italiana, grande protagonista delle privatizzazioni negli anni Novanta e delle svendite del patrimonio pubblico italiano a potentati economici stranieri, ha in tal modo depotenziato e deindustrializzato l’Italia, vilipeso la sovranità popolare, sposando un progetto di superamento dello Stato nazione in vista di un presunto futuro idilliaco che, al contrario, si è rivelato una giungla, dove la legge del più forte abbatte i deboli e lascia morire gli ultimi, arricchendo i già ricchi e lasciando al capitale un dominio pressoché illimitato.

Questa ideologia post-nazionale ancora non è ritornata sui propri passi – con rarissime eccezioni -, ed anzi ha corroborato la propria posizione, estrinsecando tutte le paradossalità del distopico mondo della globalizzazione de-democratizzante che in maniera incessante ha sostenuto. Le sfide sono globali, i problemi globali, le soluzioni globali: guardando eccessivamente l’estensione del cielo, si rischia di cadere nel profondo pozzo della realtà e di tutte le sue difficoltà, al di là delle dichiarazioni e degli annebbiamenti ideali.

Il pretesto è quello della libertà a tutti i costi. Un’assenza di limiti economici, le cui intrinseche aporie furono evidenziate già anni or sono da Amartya Sen, Premio Nobel per l’Economia nel 1998: «È abbastanza comune appellarsi alla retorica della “libertà” per difendere il mercato come sistema economico. Il sistema di mercato è visto come un meccanismo che ci rende “liberi di scegliere” (per citare Friedman e la sua nota frase). Tuttavia, a questa affermazione raramente si accompagna una precisazione del significato di libertà e dei criteri specifici in base ai quali giudicare la maggiore presenza di libertà – sia per l’individuo sia per la società» [1].

L’Unione Europea – con la quale questa determinata sezione politica italiana è convolata a nozze e che tuttora sostiene, ma in maniera a-critica e spesso invece incline al dogmatismo ideologico e senza volontà o capacità di confronto – è perfetto emblema di quei principi liberisti di cui sinora si è parlato: impedimenti agli Stati di agire, secondo il mantra dell’inefficienza della spesa pubblica e della corruzione; favoreggiamento dei potentati economici; usufrutto del debito come strumento di dominio; stabilità dei prezzi a dispetto del progresso sociale (attraverso il NAIRU, la BCE impone un livello minimo di disoccupazione); sciente occultamento della natura della moneta moderna, di cui l’euro rappresenta una storpiatura, funzionale al depauperamento dei popoli ed all’oligopolio delle ricchezze nelle mani dei già forti.

I quali, peraltro, hanno trovato appoggio incondizionato negli ex nemici esistenziali: quella sinistra che oggi parteggia per il capitale transnazionale, che ha in spregio lo Stato sovrano – perché creduto (erroneamente) vettore del nazionalismo destinato alla guerra (quando questo competitivismo mascherato da libertà la sta scatenando) -, che si occupa unicamente ed esasperatamente delle minoranze (a lesione sia della maggioranza sia delle minoranze stesse) e che ha dimenticato i diritti sociali, al lavoro, alla famiglia, ad una vita degna di essere vissuta.

Sia bastevole, per di più, guardare ai Sindacati, un tempo potenti difensori dei lavoratori ed oggi alleati di Confindustria; oppure alla difesa ideologica ed estremista dell’immigrazione, senza che esista una visione né delle scaturigini del fenomeno, né dei disagi cui esso conduce, né delle possibili soluzioni a breve e lungo termine (alcuni panafricanisti, come Kemi Seba o Mohamed Konarè, sono visti come pericolosi nazionalisti); oppure all’ur-fascismo antifascista, ragionante con categorie passatiste e dannoso, nel suo inefficiente velleitarismo, per qualunque concreta battaglia sociale.

L’ideologia post-nazionale della sinistra italiana (e non solo di quella del Bel Paese) è stata quindi tesa a distruggere il concetto stesso di Stato nazione, a togliere energie a quest’ultimo nell’illusione che un mondo globale senza confini (di qualunque genere) potesse essere il più meraviglioso dei sogni. Ed ha trovato soltanto l’incubo del dominio dei più forti, la cristallizzazione di questi rapporti, l’esacerbazione del modello economico-finanziario di riferimento.

Del resto, come si può leggere nel libro del professor Mauro Ammirati,La guerra del denaro“, «le guerre possono essere di tre tipi: militare, politica ed economica» [2]. È soprattutto quest’ultima ad essere la più subdola, perché condotta silenziosamente. Nel caso specifico, il popolo italiano ha perduto diversi pezzi della propria sovranità proprio attraverso strumenti finanziari e monetari, che centimetro dopo centimetro hanno serpeggiato nel loro corpo sociale, hanno soverchiato la politica e li hanno così privati della loro facoltà di determinare il proprio destino: e, purtroppo, la sinistra italiana da tempo si è schierata con gli usurpatori (di qualunque nazionalità, etnia od origine siano), appiattitori omologanti del mondo alle logiche del mercato.

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4. Postille e prospettive

Il mutamento antropologico della sinistra italiana, passata dal più grande Partito Comunista in Europa alla chiusura di orizzonti del già decrepito Partito Democratico (e stampelle varie), ha quindi – nell’opinione di chi scrive – avuto origine con una serie di fattori contingenti venuti in essere negli anni Settanta, proseguiti negli anni Novanta e giunti poi inesorabilmente e con moto incessante e perpetuo alla malmessa situazione odierna.

Fattori economici, dati dal cambio di paradigma che ha condotto dal keynesismo (patto virtuoso fra pubblico e privato) al liberismo liberal-hayekiano più spinto; fattori politico-militari, laddove anche Berlinguer (ed i comunisti che egli rappresentava [3]) accettò l’ombrello della NATO; fattori monetari, in quanto la banda di oscillazione delle valute europee nello SME rappresentò un antesignano dell’euro, “progetto carolingio” di dominio del continente (e di punizione dell’Italia, per stessa ammissione di Chirac).

Una Sinistra parabola: dalla Sovranità al Globalismo sans frontières
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Questa metamorfosi kafkiana della sinistra italiana la si può evincere, quasi banalmente ma in maniera del tutto iconica, da due titoli di giornale, distanti ben 64 anni l’uno dall’altro:
· Nel 1947, in piena Assemblea Costituente, L’Unità, organo si stampa del PCI, scrisse a caratteri cubitali in una sua prima pagina che i fondamenti della novella Repubblica italiana avrebbero dovuto essere, senza ombra di dubbio, «sovranità popolare, unità della Nazione e progresso sociale».

· Nel 2011, durante la crisi dello spread indotta sui mercati finanziari da una vendita massiccia di BTP da parte congiuntamente di Deutsche Bank e Goldman Sachs , il Sole24Ore ha titolato un oramai indimenticato «Fate presto», per chiedere la salvezza dell’Italia dal fallimento (default che sarebbe impossibile, con una moneta sovrana): la sinistra italiana si è schierata senza alcuna remora con questa narrazione, incapace di comprendere che essa era dovuta solo ed unicamente alla rinuncia-cessione politica della sovranità nazionale in alcune sue parti essenziali (politiche monetarie, fiscali e di cambio).

Una Sinistra parabola: dalla Sovranità al Globalismo sans frontières
Una Sinistra parabola: dalla Sovranità al Globalismo sans frontières

Una trasmutazione sorprendente se presa in sé, ma comprensibile se inserita negli schemi evolutivi della storia del mondo occidentale nella seconda Metà del XX secolo, di cui questo primo ventennio del nuovo millennio non rappresenta che una propaggine portata alle estreme conseguenze.

Una testa pensante, redenta e folgorata sulla via di Damasco, che pare aver compreso tutto questo, è il giornalista di Repubblica Federico Rampini:

«Ci fu un tempo in cui sinistra e popolo erano quasi la stessa cosa. Adesso in tutto il mondo le classi lavoratrici, i mestieri operai vecchi e nuovi, cercano disperatamente protezione votando a destra. Perché per troppi anni le sinistre hanno abbracciato la causa dei top manager, dell’Uomo di Davos; hanno cantato le lodi del globalismo che impoveriva tanti in Occidente. E la sinistra italiana da quando è all’opposizione non ha corretto gli errori, anzi. È diventata il partito dello spread. Il partito che tifa per l’Europa “a prescindere”, anche quando è governata dai campioni della pirateria fiscale. È una sinistra che abbraccia la religione dei parametri e delle tecnocrazie. Venera i miliardari radical chic della Silicon Valley, nuovi padroni delle nostre coscienze e manipolatori dell’informazione» [4].

Parole illuminanti, ficcanti, che fanno comprendere quale debba essere il vero obiettivo politico di qualunque forza politica odierna, a prescindere da come essa possa essere identificata: mettere il popolo al centro. Osservare, naturalmente gli astri, ma non distogliere mai troppo lo sguardo dal cammino intrapreso, dall’itinerario ancora da percorrere.

Oggi, infatti, l’Italia ed i suoi cittadini sono stati attaccato nella loro sovranità, costretta a rispettare parametri di bilancio assurdi e finanche criminali – Keynes ebbe a dire, ancora nel 1933, «Troviamo soluzioni per aumentare l’occupazione ed il bilancio tornerà regolare» [5] – e ad accettare supinamente decisioni altrui per il proprio destino.
Tornare a rivendicarla, e soprattutto ad esercitarla politicamente, è semplice buonsenso: è democrazia.

Il sunto di questa storia, italiana ed occidentale in generale – ancora in preda al “sogno della libertà e dell’unione”, ma con sempre più fuochi accesi – lo si può trovare nel fondamentale, e sempre cristallino, Alain de Benoist:

«Il nuovo mondo è liquido. Lo spazio ed il tempo vi sono aboliti. Liberata dalle sue tradizionali mediazioni, la società è diventata sempre più fluida e segmentata, il che ne facilita la mercantilizzazione. Vi si vive alla maniera dello zapping.
Con la scomparsa, di fatto, dei grandi progetti collettivi, in altre epoche portatori di visioni del mondo differenti, la religione dell’io – un io fondato sul pensiero narcisistico di libertà incondizionata; un io produttore di sé, a partire dal niente – è sfociata in una “detradizionalizzazione” generalizzata, che va di pari passo con la liquidazione dei punti di riferimento e dei punti fissi, rendendo l’individuo più malleabile e condizionabile, più precario e più nomade.

Da un mezzo secolo, la “osmosi finanziaria della destra finanziaria e della sinistra multiculturale”, come ha scritto Mathieu Bock-Coté, si è sforzata, con il pretesto della “modernizzazione” emancipatrice, di fare confluire liberalismo economico liberalismo societario, sistema di mercato e cultura marginale, grazie soprattutto alla strumentalizzazione mercantile dell’ideologia del desiderio, capitalizzando così sulla decomposizione delle forme sociali tradizionali. L’obiettivo generale è eliminare le comunità di senso, che non funzionano secondo la logica del mercato» [6].

Il cambiamento del paradigma socio-economico, e quindi culturale, avvenuto tra i quattro ed i cinque decenni fa, si è oggi stabilizzato, con la complicità di tutti quei movimenti tradizionalmente “di sinistra” che hanno obnubilato le antiche battaglie sociali, rivolgendosi invece verso quegli stessi padroni che un tempo erano combattuti e disprezzati. Tuttavia, codesto modello sta raccogliendo non soltanto concreti fallimenti, ma anche e soprattutto un ampissimo scontento popolare, da questi derivante.

La finanza è stata deificata, l’economia è divenuta la crematistica di aristotelica memoria, la politica è stata terremotata ed esautorata. Ma questo processo è stato, nientedimeno, anch’esso politico: assumere consapevolezza che sia possibile recedere da un modello distopico e disastroso attraverso scelte politiche, è il primo passo verso la liberazione, verso quella che Valerio Malvezzi chiama “economia umanistica”, per rovesciare la piramide invertita dei valori. Il motore sta difatti nelle persone, nel popolo, nella realtà di cui essi sono protagonisti, e che altrimenti non avrebbe consistenza.

Una Sinistra parabola: dalla Sovranità al Globalismo sans frontières

Per decenni, è stata alacremente portata avanti la mendace narrazione della necessità di porre fine agli Stati nazionali, in direzione di non si sa bene quale nuovo modello globale (Paolo Gila lo chiama “capitalesimo”): gli strumenti economici, pervertiti dal benessere collettivo verso l’impinguamento delle tasche di pochi, hanno funto da testa d’ariete, ed hanno sfondato muri e barriere.

Tuttavia, l’unico contenitore politico storicamente foriero di reale democrazia e sovranità popolare diffusa è stato proprio lo Stato nazionale: una comunità di senso, una collettività statale capace di porre reali limiti a quel Capitale che oggi impazza e sbeffeggia i popoli, soltanto perché le loro leggi glielo consentono. Ritornare indietro, ritornare a pensare ed applicare questo modello sarebbe – per dirla con Alberto Bagnai  – come quando negli anni Quaranta si ritornò indietro, da un mondo con i lager ad un mondo senza lager: poiché, infatti, vorrebbe dire ri-democratizzare gli Stati, far riacquistare potere ai cittadini, restituir loro una vita degna di essere vissuta.

Se un tempo la sinistra italiana difese questi valori, salvo poi disperdersi nell’infinitezza del cielo, dimenticandosi di scrutare il proprio cammino, oggi si ha quanto mai disperato bisogno – al di là di precise categorizzazioni politiche – di riprendere quell’orizzonte material-spirituale che tanto benessere dette all’Italia, nonostante tutte le imperfezioni. Gli strumenti ci sono, ed i cittadini meritano che questi vengano utilizzati: per il bene della propria collettività, e secondo principi di pace con le altrui collettività. In una parola: sovranamente.

Una Sinistra parabola: dalla Sovranità al Globalismo sans frontières

(di Lorenzo Franzoni)

[1] A. K. Sen, “La ricchezza della ragione. Denaro, valori, identità”, Società Editrice il Mulino, Bologna 2000, pag. 31.
[2] Cfr. M. Ammirati, “La guerra del denaro”, Edizioni Tabula Fati, Chieti 2019.
[3] «Comunisti italiani, non sovietici», come ebbe a dire Mu’ammar Gheddafi, l’indimenticato Raís libico, in un’intervista rilasciata ad Oriana Fallaci a circa dieci anni dalla sua Rivoluzione (Cfr. “Così il colonnello ha spiegato il suo legame con l’ayatollah”, Corriere della Sera, 3 dicembre 1979, pag. 1-2).
[4] Cfr. F. Rampini, “La notte della sinistra. Da dove ripartire”, Arnoldo Mondadori Editore – Strade Blu, Milano 2019.
[5] Dall’intervista radiofonica di Sir Josiah Stamp, direttore della Banca d’Inghilterra, a John Maynard Keynes e trasmessa dalla BBC il 4 gennaio del 1933, in J. M. Keynes, “L’assurdità dei sacrifici. Elogio della spesa pubblica”, Edizioni Sì, Fano (PU) 2013, pag. 26.
[6] A. de Benoist, “La fine della sovranità. Come la dittatura del denaro toglie il potere ai popoli”, Arianna Editrice, Bologna 2014, pag. 20.

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