(Foto: Pixabay)

Il record mondiale di velocità di risoluzione di un cubo di Rubik appartiene al cinese Yusheng Du, che lo ha ottenuto in casa al torneo Wuhu Open 2018 nell’omonima città della provincia di Anhui, in Cina, lo scorso 24 novembre.

Qualcosa di straordinario, visto che è normalmente il tempo che una persona normale impiega solo per capire come impugnare questo enigma tascabile. Eppure, sembra un’eternità se confrontato al tempo minimo necessario richiesto dall’intelligenza artificiale dell’Università della California, Irvine.

Chiamata DeepCubeA, questa Ai ha imparato a risolvere il cubo di Rubik in appena 1,2 secondi ottimizzando al massimo lo sforzo con appena 20 mosse. A differenza del sistema robotizzato min2phase del Massachusetts Institute of Technology, che ha fermato il tempo a un pazzesco limite di 0,38 secondi, la differenza è sostanziale.

Delle miliardi di combinazioni possibili per il cubo soltanto una è quella corretta e DeepCubeA deve contare soltanto sulla sua capacità di elaborazione e non su metodi pre-configurati come per il collega del Mit. Quindi, l’Ai deve partire da zero, osservare, mettersi alla prova, migliorarsi e giungere alla risoluzione con un procedimento più elaborato e raffinato.

Come raccontato su Nature, i ricercatori hanno addestrato per due giorni l’intelligenza artificiale dandole in pasto 10 miliardi di combinazioni e richiedendo ogni volta una soluzione in meno di 30 mosse. DeepCubeA ha affinato la propria abilità man mano, con una percentuale di successo del 100% e del 60% nella richiesta minima di mosse.

DeepCubeA sfrutta naturalmente un network neurale e tecniche di machine learning andando a scovare possibili pattern e imparando dai propri errori per migliorarsi. Un’ennesima dimostrazione di come le intelligenze artificiali possano contare su un’efficacia crescente.

Il Cubo di Rubik è ovviamente un pretesto per applicazioni molto più serie, estese e utili verso lo sviluppo di un’A.I. in grado di ragionare, pianificare e prendere decisioni. Anche Instagram ne usa una, per combattere il cyberbullismo. E ce n’è un’altra in via di sviluppo per comprendere se una foto è stata photoshoppata o no.

 

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