(Foto: Danielle Rice/Unsplash)

Fin dall’inizio della pandemia, gli scienziati hanno cercato di capire in che modo si trasmetta il coronavirus. E una sempre più crescente mole di studi scientifici oggi dimostra che, oltre alle ormai famose droplet, il virus potrebbe diffondersi anche tramite aerosol. A indagare ulteriormente sulla questione è ora un altro nuovo studio della Jeonbuk National University Medical School, in Corea del Sud, secondo cui la distanza di sicurezza interpersonale raccomandata, ossia di almeno due metri, potrebbe non bastare per proteggerci dal contagio, almeno nei luoghi al chiuso e provvisti di aria condizionata. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista Journal of Korean Medical Science.

Per giungere a questa conclusione, i ricercatori hanno analizzato le condizioni di un ristorante a Jeonju, città del Sud-Ovest della Corea del Sud, dove alcune persone sono state infettate dal coronavirus a giungo scorso. Tra queste, c’era anche uno studente che, secondo le loro analisi, avrebbe contratto il virus dopo solo 5 minuti di esposizione e a una distanza pari di 6,5 metri dalla persona infetta. Per calcolarlo, i ricercatori hanno analizzato riprese video, interviste e i dati di una piattaforma digitale sviluppata dalla Korea Disease Control and Prevention Agency, che permette di accedere alle informazioni di geolocalizzazione. Dalle osservazioni, il team ha ricostruito che lo studente si era incontrato per un brevissimo periodo di tempo con la persona infetta, senza mai avere un contatto diretto, ossia parlarsi o toccare le stesse superfici, come maniglie e posate. Tuttavia, in quel momento nel ristorante era stata attivata l’aria condizionata.

Per ricostruire la dinamica del contagio, quindi, i ricercatori hanno ricreato tutte le diverse condizioni nel ristorante, sedendosi ai tavolini e misurando il flusso d’aria generato dal condizionatore. Dalle analisi è emerso che lo studente contagiato era seduto proprio lungo la corrente d’aria. Va sottolineato, tuttavia, che entrambi si sono tolti le mascherine non solo per mangiare, ma anche per conversare con i propri commensali. “Incredibilmente, nonostante si trovasse a una certa distanza, il flusso d’aria scendeva dal muro, creando una corrente d’aria, e le persone che erano esposte sono state infettate”, ha spiegato al Los Angeles Times l’epidemiologo Lee Ju-hyung, tra gli autori dello studi. “Abbiamo concluso che si trattava di una trasmissione di goccioline infette a oltre due metri di distanza”.

Dati quindi, che hanno sollevato non poche preoccupazioni sul fatto che i due metri di distanza interpersonale non sia sempre sufficiente per tenere al sicuro le persone, soprattutto nei luoghi al chiuso. Questi risultati, infatti, confermano il rischio di trasmissione indoor del coronavirus e sottolineano che la definizione generale di “contatto ravvicinato”, ossia per un tempo di esposizione di 15 minuti entro i 2 metri, non è sempre valida nelle diverse situazioni. “In questo studio, le distanze tra gli infetti e le persone contagiate sono state superiori al raggio di trasmissione delle droplet di due metri”, hanno scritto gli autori. “Le linee guida sulla quarantena e sulle indagini epidemiologiche dovrebbero essere aggiornate per un miglior controllo e prevenzione della Covid-19”.

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