(immagine: Pixabay)

La ricerca di un vaccino sicuro ed efficace che protegga dall’infezione da parte di hiv ha subito un altro duro colpo. Purtroppo anche Imbokobo, lo studio clinico di uno dei candidati vaccini di Johnson & Johnson, non ha dato buoni risultati: l’efficacia è solo del 25,2%, troppo bassa perché sia utile. Eppure, sostengono gli esperti, anche questo ennesimo fallimento può insegnare qualcosa: o si migliora o si cambia strada.

Il trial Imbokobo

Lo studio Imbokobo sembrava promettente, tant’è che sia il National Institute of Allergy and Infectious Diseases (Niaid) statunitense sia la fondazione Bill e Melinda Gates vi avevano investito. Il ciclo vaccinale in sperimentazione prevedeva di somministrare 4 dosi in totale, due di un prodotto e due di un altro. Il primo vaccino seguiva lo stesso approccio del vaccino J&J anti-Covid, sfruttando l’adenovirus 26 come vettore per trasportare nella cellule dell’organismo 4 geni di hiv con cui codificare le proteine che suscitano una risposta immunitaria che avrebbe dovuto proteggere da un’ampia gamma di ceppi virali. Il secondo prodotto, invece, era una versione geneticamente modificata di una proteina di superficie di hiv.

Efficacia troppo bassa

È stata la stessa azienda a dare notizia dell’esito negativo del trial Imbokobo. La sperimentazione, iniziata nel 2017, ha coinvolto 2.600 donne tra Sudafrica, Malawi, Mozambico, Zimbabwe e Zambia. Tirate le somme, è emerso che nel gruppo di donne che avevano ricevuto il placebo si sono verificate 63 infezioni, mentre nel gruppo a cui è stato effettivamente inoculato il vaccino le infezioni sono state 51. L’efficacia calcolata è solo del 25,2%, che è un valore troppo basso per essere significativo. Questo vaccino dunque è inutile.

“Ogni sperimentazione fallita ci dice qualcosa”, ha commentato Glenda Gray, presidente del South African medical research council e ricercatrice nel campo dell’hiv, chiamata a supervisionare Imbokobo. A differenza di altri trial, da questo studio sono emerse tracce di efficacia, il che potrebbe significare che, sebbene non a sufficienza, l’approccio induca reazioni immunitarie protettive nei confronti di hiv. Recuperando questi indizi, c’è ancora la speranza che gli scienziati possano progettare un vaccino migliore.

La ricerca non si ferma

J&J non getta ancora la spugna. Il direttore scientifico Paul Stoffels ha dichiarato infatti che nonostante il fallimento di Imbokobo l’altro trial in corso, chiamato Mosaico, continuerà. Mosaico è partito nel 2019 e coinvolgerà 3.800 individui (sia uomini cisgender sia persone transgender) che hanno avuto rapporti sessuali con uomini cisgender o persone transgender nelle Americhe e in Europa. La popolazione è diversa da quella di Imbokobo, anche se l’approccio è molto simile: 4 somministrazioni di due prodotti, uno con vettore adenovirale e uno con una proteina di superficie di hiv (diversa rispetto a quella utilizzata in Imbokobo).

Un’altra strada

Come sottolinea a Science Lawrence Corey, esperto di vaccini al Fred Hutchinson Cancer Research Center e coinvolto nella gestione della Hiv Vaccine Trial Network del Niaid, l’approccio del trial Imbokobo puntava a stimolare la produzione di cellule T del sistema immunitario che fossero in grado di riconoscere e eliminare le cellule dell’organismo infettate da hiv. Ma questa oggi non è l’unica strada percorribile. Altri gruppi di ricerca puntano sulla produzione di potenti anticorpi neutralizzanti che riescano a impedire al virus di infettare le cellule. Queste sperimentazioni, però, non entreranno in fase clinica ancora per qualche anno almeno.

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