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Quello che finora era parso uno strumento utile per dare qualche chance in più ai pazienti colpiti da forme gravi di Covid-19 potrebbe rivelarsi una chimera. Un nuovo studio, appena pubblicato sul New England Journal of Medicinenon ha rilevato vantaggi significativi nella somministrazione di plasma iperimmune. A differenza degli studi osservazionali finora noti, questa indagine è stata svolta con un approccio randomizzato controllato, proprio con lo scopo di confrontare gli effetti della terapia rispetto a un gruppo di controllo. Significa davvero che ci siamo illusi?

Lo studio, chiamato Plasmar, ha l’obiettivo esplicito di vederci chiaro sulla terapia a base di plasma iperimmune, quello ricavato da pazienti Covid-19 che ce l’hanno fatta e che è ricco di anticorpi che combattono Sars-Cov-2.

Per farlo i ricercatori hanno reclutato 333 pazienti con diagnosi di Covid confermata da Rt-Pcr, polmonite evidente dalle radiografie e uno o più altri criteri di severità come una saturazione inferiore al 93%. L’età media era di 62 anni, in maggioranza maschi e il 65% di loro aveva una condizione clinica pregressa.

I pazienti sono stati divisi in due gruppi: 228 hanno ricevuto la terapia con plasma iperimmune, mentre 105 sono stati trattati con un placebo. Tutti, comunque, hanno potuto ricevere cure con agenti antivirali e/o glucocorticoidi.

I ricercatori hanno così potuto confrontare gli effetti del trattamento valutando lo stato dei pazienti a 30 giorni dall’infusione di plasma iperimmune o di placebo, secondo una scala a sei gradini che va dalla dimissione al decesso.

Purtroppo non hanno trovato differenze significative. La mortalità complessiva, infatti, è stata del 10,96% nel gruppo che ha ricevuto il plasma iperimmune e di 11,43% nel gruppo placebo. “Una differenza di rischio – scrivono gli autori nell’articolo – di -0,46 punti percentuali”. La frequenza di effetti avversi e effetti avversi gravi non è aumentata nel gruppo in trattamento. Quello che risultava diverso era il titolo anticorpale dei pazienti, più alto nei pazienti in trattamento a distanza di due giorni dall’infusione.

“Nel nostro studio ci siamo assicurati che oltre il 95% delle unità di plasma di convalescenti trasfuse avesse un titolo anticorpale totale anti-Sars-Cov-2 di almeno 1:800 e che il volume di plasma infuso avesse un fattore di correzione in base al peso del partecipante”, si legge nell’articolo. “Questo risultato è in contrasto con i risultati di una serie di studi non randomizzati che affermano che il plasma dei convalescenti è di sostanziale beneficio, e illustra l’importanza di studi randomizzati e controllati, specialmente nel contesto di una pandemia”.

I ricercatori, comunque, ammettono che l’indagine ha delle limitazioni e che i dati dovranno inserirsi in una serie di studi randomizzati controllati più ampia.

Il tempo mediano di reclutamento dei pazienti, per esempio, è stato di 8 giorni dall’insorgenza dei sintomi. Solo 39 hanno ricevuto il trattamento con plasma iperimmune entro 72 (arco di tempo ideale per avere il massimo dei risultati secondo altre indagini di tipo osservazionale) e senza ottenere comunque vantaggi, anzi. Il numero, tuttavia, è troppo piccolo per trarre delle conclusioni.

Lo studio argentino, inoltre, non dimostra che il trattamento con plasma iperimmune non possa essere efficace in altre categorie di pazienti, magari quelli con una forma più lieve di Covid-19.

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