(foto: Axel Heimken/Getty Images)

Cosa accade se il titolare di un brevetto non è un umano, ma un sistema di intelligenza artificiale? La legislazione attuale non ha ancora regolamentato la materia e consente, come si immagina, solo agli uomini di essere riconosciuti come inventori, e quindi titolari di brevetti, etichettando le innovazioni generate dall’Ia come “non brevettabili”. Di fatto, questo si rivela – secondo alcuni esperti – un vero e proprio limite alla possibilità di generare invenzioni potenzialmente rivoluzionarie. Per altri, più critici, invece si dovrebbe procedere sul cammino esistente, in quanto accreditare a un’Ia un’invenzione può dissuadere gli sviluppatori stessi a creare sistemi intelligenti. In sostanza: se il merito sarà tutto suo, perché disturbarsi a programmarla?

Ma andiamo con ordine: a porsi il problema – che inizia a emergere, in una società sempre più caratterizzata dal binomio umano-macchina – è un team di ricercatori professionisti, ricercatori e consulenti in materia di proprietà intellettuale a capo dell’Inventor Artificial Project, che ha infatti provato a sfidare i limiti della legislazione, come riporta in un articolo The Next Web. Lo scorso anno la squadra ha compilato – e si tratta della prima volta che accade – due domande di brevetto a nome di un sistema chiamato Dabus, una “macchina creativa” a sua volta sviluppata dal professor Stephen Thaler (il quale, è opportuno specificarlo, è a sua volta soggetto di brevetto per averla inventata). La macchina – che può generare idee senza l’intervento dell’uomo – ha inventato un innovativo contenitore per alimenti facilmente maneggiabile dai robot e un dispositivo a fiamma neurale utilizzabile in missioni di ricerca e salvataggio, o di emergenza.

In entrambi i casi, però, l’esito è stato negativo, in quanto l’invenzione non è attribuibile a un umano. A declinare le domande sono sostati l’ufficio europeo dei brevetti (Epo) e l’ufficio della proprietà intellettuale del Regno unito (Ukipo). Il team del progetto ritiene però che si tratti di un approccio totalmente sbagliato in quanto incoraggia a falsificare le domande, attribuendo dei brevetti a delle persone in carne e ossa quando in realtà sono stati sviluppati da macchine. La loro battaglia affinché l’Ia venga considerata come inventore vero e proprio è solo all’inizio: si sostiene, infatti, che un riconoscimento legale incoraggerebbe le aziende le aziende a investire nella creazione di sistemi di intelligenza artificiale innovativi. Riconoscere questi brevetti consentirebbe “lo sviluppo dell’Ia creativa”, sostiene Ryan Abbott, professore di diritto e scienze della salute presso l’Università del Surrey, nel Regno Unito, che ha guidato il team Inventor Artificial.

Da parte loro, gli uffici brevetti hanno comunque dato una spiegazione. L’Ukipo ha pubblicato una decisione nella quale, oltre a specificare che una macchina non può essere titolare di un’invenzione, si legge che “in questo caso non sembra esserci alcuna legge che consenta il trasferimento della proprietà dell’invenzione dall’inventore al proprietario, poiché l’inventore stesso non può detenere proprietà”. L’Epo, sulla stessa linea, in un comunicato, ha spiegato di aver interpretato il quadro giuridico del sistema europeo dei brevetti che “porta alla conclusione che l’inventore designato in un brevetto europeo deve essere una persona fisica. L’ufficio ha inoltre osservato che l’interpretazione del termine inventore sia da intendere in riferimento a una persona fisica, uno standard applicabile a livello internazionale visto che vari tribunali nazionali hanno emesso decisioni in tal senso”. Nel dettaglio, riconoscere una macchina come inventore violerebbe l’articolo 81 e il punto 19 dell’Epc (Convenzione europea dei brevetti).

Viviamo già nell’era dei robot inventori
(foto: Getty Images)

Molta strada da fare

La situazione, prima e unica nel suo genere, non può non lasciare aperte molte questioni in tema di intelligenza artificiale e proprietà intellettuale. Vanno anzitutto notate due questioni: la prima è che il team voleva riconoscere l’Ia come inventore, ma classificare il proprietario dell’Ia – la persona che detiene già un brevetto per quell’intelligenza artificiale – come il soggetto che ne fa domanda. La seconda è che dal punto di vista della proprietà intellettuale, i dispositivi cosiddetti intelligenti sono costituiti principalmente da software, tutelabili in materia di diritto d’autore solo in base agli elementi che scaturiscono dalla creatività dell’inventore. Gli algoritmi, di fatto, rappresenterebbero un passo successivo: ovvero delle capacità computazionali tipiche di una tecnologia di intelligenza artificiale, ormai slegate dal suo autore.

Detto questo, la strada sembra lunga e in salita: la soluzione più semplice sarebbe garantire alla persona che ha plasmato l’Ia il controllo legale dell’invenzione. Anche l’organizzazione mondiale della proprietà intellettuale (Tipo) e l’Ufficio brevetti e marchi degli Stati Uniti (Uspto), nel frattempo, hanno richiesto pareri su come sviluppare politiche in tal senso.

Intanto, future decisioni in materia sono attese in altre giurisdizioni fra cui Stati Uniti, Germania, Israele, Taiwan, Cina, Corea. Una questione che può sembrare di poco conto, ma che potrebbe diventare un vero problema in futuro. Se si considerano i dati di brevetti registrati per invenzioni di intelligenza artificiale – circa 340mila domande dal 2013 a oggi secondo il Wipo – si capisce come si possa avere una sorta di reazione a catena. Le macchine brevettate da umani potrebbero inventare sempre più cose, senza però avere la tutela giuridica necessaria per brevettarle.

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