Redatto da Oltre la Linea.

1. Preambolo

Nell’agosto del 1971, il mondo è cambiato, ma questa metamorfosi è stata scientemente tenuta nascosta agli occhi dei più, attraverso sia narrazioni mendaci e parziali sia errate convinzioni: in quell’anno, il presidente statunitense Richard Nixon dette fine al “gold exchange standard”.

Questa terminologia anglofona potrebbe non dire nulla ai lettori, ma a livello pratico ha costituito una rivoluzione copernicana nei termini delle politiche economiche degli Stati: sganciando il dollaro (valuta internazionale) dal valore dell’oro ed annullando così la sua convertibilità, Nixon eliminò contestualmente anche il sistema di Bretton Woods del 1944, un accordo di cambi fissi [quale è oggi, ma ancora più rigido, il sistema euro, N.d.A.]. Germogliò così la cosiddetta moneta Fiat.

Questa parola latina si richiama con chiarezza ad un concetto biblico: proprio come la luce venne creata dal nulla da Dio, così oggi il nostro sistema monetario prevede che anche la moneta, mero strumento di scambio di beni e servizi, venga creata dal nulla dal sovrano (costituzionalmente, gli Stati: è un principio cartalista). Ovverosia, gli unici limiti tecnici che uno Stato, detentore del monopolio dell’emissione, può avere, sono auto-imposti dallo stesso, attraverso scelte di tipo politico.

I meccanismi di questo sistema, oggi vigente, vengono paradossalmente ignorati, o persino sono sconosciuti: i due shock petroliferi del 1973 (guerra dello Yom Kippur/Ramadan) e del 1979 (la rivoluzione khomeinista in Iran) contribuirono – con la stagflazione – all’abbandono del keynesismo, in favore della prospettiva (o, meglio, ideologia) del neoliberismo, che riduce l’interventismo statale a zero, che si basa su presupposti neoclassici (fine Ottocento) e che pone ai Paesi un cappio al collo sulla propria spesa pubblica, spacciandolo come parte delle necessità del libero mercato – che, di libera, ha solo la possibilità da parte dei potenti di schiacciare i deboli e da parte dei già ricchi di arricchirsi ulteriormente a discapito e nocumento dei già poveri.

2. Un libro fondamentale

Ordunque, è quanto mai necessario comprendere l’attuale sistema monetario, le cui fattezze, sfumature e contorni vengono spiegati dalla Modern Money Theory, un’insieme di conoscenze che – partendo dagli studi di Karl Marx per arrivare a John Maynard Keynes, dalla finanza funzionale di Abba Lerner per giungere agli studi di Hyman Minsky, e via discorrendo -, semplicemente, spiegano il funzionamento dello stesso, enucleando quello che dovrebbe essere il suo precipuo obiettivo: la piena occupazione.

Un alfiere della causa, profondo conoscitore dell’economia, della moneta e della finanza, è Worren Mosler, il quale nel 2010 scrisse un libello di importanza essenziale: “Le sette innocenti frodi capitali della politica economica” (la paternità dei termini appartiene a Kenneth Galbraith).

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Il titolo è di per sé parlante: l’ignoranza – deliberata od inconsapevole – del funzionamento della moneta moderna spinge gli uomini di governo, il mondo politico e gli economisti cosiddetti “ortodossi” a proporre soluzioni sbagliate ed anzi dannose per la popolazione, ivi compresa l’austerità ed i tagli ai servizi pubblici. Soluzioni che, naturalmente, si basano su assunti teorici, propagandati a gran voce e senza spirito critico dalla narrazione mainstream.

“Non ci sono i soldi”? “Lo Stato è come una famiglia”? “Il debito pubblico è un onere non più assumibile”? “Abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità”? Alcune tra le più nocive e spudorate menzogne della fine del XX e dell’inizio del XXI secolo, che tengono in scacco milioni, miliardi di persone, attraverso un oscurantismo culturale in materia economica dagli effetti nefasti. Ciò che l’economista italiano Valerio Malvezzi chiama “paganesimo economico”, la religione neoliberista del profitto, che subissa ogni briciolo di umanità.

Nel suo libro, con un linguaggio semplice ed immediatamente afferrabile, Mosler denuda il re, scoperchia il vaso di Pandora: insomma, analizza le fallacie macroeconomiche che da decenni vengono propinate al grande pubblico e, con una semplicità disarmante, racconta la verità delle cose. Secondo lui, queste sette innocenti [fino a prova contraria] frodi sono «gli unici ostacoli tra il disordine economico odierno ed il pieno ripristino della prosperità».

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3. Prima frode: «Il governo deve aumentare i fondi attraverso tasse o prestiti per poter spendere»

FALSO! Un governo che sia detentore della sovranità in materia monetaria non sarà mai a rischio insolvibilità, in quanto la propria Banca Centrale, in sinergia col governo, potrà sempre fungere da prestatrice illimitata di ultima istanza. Inoltre – e questo è il punto fulcrale della questione, che va compreso -, stando a quanto appena argomentato, lo Stato non finanzia la propria spesa pubblica con le tasse.

Queste ultime non servono a dare fondi al governo, ma a riconoscere politicamente una sovranità ed a ridistribuire la ricchezza all’interno della popolazione: se la moneta non viene prima immessa nel sistema, banalmente, essa non può essere riscossa.

Infatti, un governo tassa per regolare la domanda aggregata, ovverosia il potere di spesa della popolazione: le tasse riequilibrano l’economia interna sia nel caso in cui sia troppo calda (inflazione), applicando maggiore pressione, sia nel caso in cui sia troppo fredda (recessione), al contrario diminuendo la pressione. A spiegare tale meccanismi – spesa pubblica e tassazione – ci ha pensato direttamente il Presidente della FED americana, Ben Bernanke, a “60 minutes”: «Le banche hanno conti alla FED, proprio come i vostri conti nelle banche commerciali. Così, per fare un prestito ad una banca, usiamo semplicemente il computer per cambiare il loro saldo alla FED». Può sembrare impensabile, ma è così che funziona (e Mosler ha lavorato nel settore per trent’anni): è tutta una questione di fogli di calcolo su un computer. È come un tabellone ad una partita di baseball: esso tiene il punteggio, ma quei numeri non li chiede da nessuna parte, semplicemente li carica.

4. Seconda frode: «Con i deficit del governo stiamo lasciando l’onere del debito ai nostri figli»



FALSO! Il debito pubblico è la sommatoria dei deficit annuali di uno Stato, che è in disavanzo quando spende più di quanto tassi: cioè, è la sommatoria delle spese che lo Stato effettua per i propri cittadini (scuole, ospedali, forze dell’ordine, trasporti, infrastrutture, strade, ecc…) ed il loro benessere. Il debito pubblico non è strutturalmente fatto per essere ripagato, e non esiste scientificamente un livello sostenibile o meno di debito pubblico, in quanto uno Stato sovrano non potrà mai fare default e non avrà mai problemi di solvibilità.

Mosler lo argomenta benissimo: «Quando operiamo al di sotto del nostro potenziale – al di sotto della piena occupazione – allora stiamo privando i nostri figli di beni e servizi reali [oggi, poiché «nel lungo periodo saremo tutti morti», N.d.A] che potremmo produrre nel loro interesse».

Decenni fa lo sosteneva anche uno dei più grandi economisti di tutti i tempi, Keynes: l’imbecillità del linguaggio finanziario chiede che le cose rendano, ma è un assurdità pensare che, a fine Ottocento, siano state costruite catapecchie in luogo delle città dei sogni perché queste ultime “non rendevano”, pur avendo strumenti, materiali, forza lavoro e tempo a disposizione per erigerle. Ciò significava vivere nella parodia dell’incubo di un contabile, spacciata agli obnubilati come l’unica possibile: eppure, la più assurda. Di certo, tra gli altri, la Roma antica non si pose mai queste preoccupazioni.

5. Terza frode: «I deficit di bilancio del governo portano via i risparmi»

FALSO! È esattamente il contrario (l’equazione dei bilanci settoriali della MMT lo spiega benissimo): se uno Stato fa deficit, lascia nelle tasche dei suoi cittadini i soldi da spendere e risparmiare; se uno Stato fa avanzo primario, significa che toglie liquidità più di quanta ne abbia immessa, cioè sottrae i risparmi ai cittadini. Se l’Italia, nel 1980, nella percentuale del risparmio sul reddito, era il Paese più ricco del mondo (25%, persino più del Giappone), lo doveva ai suoi deficit di bilancio: poiché il debito pubblico è risparmio privato.

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6. Quarta frode: «La Previdenza Sociale è finita»

FALSO! «Come abbiamo già detto, il governo non deve avere denaro. Spende modificando i numeri nei nostri conti correnti, inclusa la Previdenza Sociale. Non ci sono vincoli pratici sulla capacità del governo di rispettare tutti i pagamenti tempestivamente». Trattasi solo ed unicamente di una scelta politica del governo sovrano: togliere ai cittadini i propri servizi, nel nome di un risparmio austero che non ha senso d’esistere nel sistema monetario moderno, od invece garantirli. «La questione è l’equità sociale, […] ma mai la solvibilità del governo».

7. Quinta frode: «Il deficit della bilancia commerciale è uno squilibrio insostenibile che porta via lavoro e produzione»

FALSO! «Le importazioni sono benefici reali. Le esportazioni sono costi reali. […] Detto più concisamente, il benessere reale di una nazione è costituito da tutto ciò che produce e tiene per sé, più tutte le importazioni, meno quelle che deve esportare». Cioè, le importazioni aiutano i consumi, mentre uno Stato sovrano potrà sempre sostenere la piena occupazione dei propri cittadini con una politica fiscale mirata.

Mosler fa l’esempio di un cittadino americano che acquista un’automobile cinese: non c’è squilibrio, poiché il primo ha concordato un prestito ed avuto la macchina, la casa automobilistica ha ottenuto un deposito e la banca ha fatto da intermediario. In questo processo, è la casa automobilistica orientale a dipendere dal processo di creazione del credito nazionale americano, che finanzia risparmi stranieri, ma alle proprie regole.

8. Sesta frode: «Abbiamo bisogno di risparmi per procurare fondi per gli investimenti»

FALSO! Sono gli investimenti dello Stato ad aumentare i risparmi. Se lo Stato non fa deficit, invece che immettere, sottrae liquidità al proprio sistema economico interno, ove i cittadini si vedono costretti a spendere di meno per il calo della domanda aggregata [quella che Monti ammise alla CNN di aver distrutto in Italia , N.d.A.], cosicché questi soldi non finiscono alle attività commerciali, le quali sono costrette a chiudere od a licenziare, generando una spirale deflattiva che Keynes chiamava “il paradosso della parsimonia”. Quindi, uno Stato che non spende, genuinamente, non è uno Stato, o non è sovrano.

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9. Settima frode: «È un male che deficit più alti oggi significhino tasse più alte domani»

FALSO! È già stato detto tutto prima: il deficit è sempre sostenibile da uno Stato sovrano, la sua quantità e qualità è una scelta politica; le tasse servono a calmierare o stimolare la capacità di spesa per evitare inflazione o deflazione. Non si può che concludere con Mosler: «”Deficit più elevati oggi, quando la disoccupazione è alta, faranno scendere il tasso di disoccupazione fino al punto in cui avremo bisogno di aumentare le tasse per raffreddare il boom economico”. D’accordo!».

10. Conclusione

Mosler traccia un quadro chiarissimo: essendo che dal 1971 esiste la moneta Fiat, ogni Stato sovrano non ha fattualmente limiti di spesa né artifici contabili che la possano frenare. Per utilizzare le parole di Ezra Pound : “dire che lo Stato non può spendere perché non ci sono i soldi, equivale a dire che non si può costruire una strada perché mancano i chilometri.”. Ogni limitazione è mera scelta politica, dal momento che il sistema monetario moderno consente la ricerca della piena occupazione da parte dei governi.

Ad esempio, i lacci e lacciuoli di Maastricht e le ricette del Fondo Monetario Internazionale possono essere pacificamente considerati come delle gabbie, che hanno posto la contabilità al di sopra del fatto economico. Il vincolo del 3% nel rapporto fra deficit e PIL all’interno dei Paesi dell’Unione Europea (dannoso, se rispettato) fu elaborato da Guy Abeille prendendo banalmente i parametri francesi dell’epoca e fornendo un prodotto consumabile dalla popolazione, poiché il numero 3 ricordava la Trinità, e per ciò stesso l’invalicabile perfezione (come da sua candida ammissione).

Un sistema di questo genere – austerità, tagli ai servizi essenziali, Banca Centrale Indipendente e senza alcun vincolo politico, estromissione dello Stato dall’economia, emissione con alti interessi della moneta, finanza fuori controllo – non è sostenibile, ed anzi è destinato all’implosione, per via delle sue contraddizioni e delle stragi sociali scientemente perpetrate (leggasi la Grecia).

Essere consapevoli dei meccanismi di funzionamento del sistema monetario moderno è fondamentale, per individuare le mistificazioni della narrazione macroeconomica dominante, per comprenderne gli errori e per proporre soluzioni congeniali al tessuto sociale di ogni Stato. L’economista americano Warren Mosler, con i suoi libri, le sue conferenze e le sue idee, può essere in tal senso un faro nel buio: basterà interrogarlo, ed ascoltarlo.

(di Lorenzo Franzoni)

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