Rispetto al 2018, i sondaggi oggi ci dicono che le persone si sentono un po’ meno sicure, e questa opinione è condivisa da 8 intervistati su 10. Si tratta di un dato globale, con cui l’Italia è perfettamente in linea: tra i tanti temi dietro queste paure, subito dopo la questione ambientale, ci sono gli attacchi hacker finalizzati a frodi o sistemi di spionaggio. “I numeri raccolti dai sondaggi non sono una sorpresa ma una conferma”, ha commentato il Ceo di Ipsos Nicola Neri, “e possiamo considerare i risultati sia come un campanello d’allarme sia – soprattutto – come un’opportunità per tutte le aziende e le istituzioni che sono chiamate a garantire la sicurezza dei propri utenti”.

È stata questa la fotografia d’apertura usata per introdurre il sesto appuntamento della serie Trends 2020gli otto eventi organizzati da Wired Italia e da Ipsos per raccontare le tendenze già in corso e gettare uno sguardo sulle prospettive per l’anno che verrà. Il tutto in occasione dell’uscita in edicola del numero invernale del magazine cartaceo, dedicato alle Visioni 2020. Nell’introduzione della giornata al Milano Luiss Hub for makers and students, dedicata al mondo della sicurezza e della cyber-security, è stato fin da subito ricordato il fondamentale contributo di Giovanni Buttarelli, il Garante europeo della protezione dei dati scomparso lo scorso agosto.

La prima relazione dell’evento è stata affidata a Nando Pagnoncelli, presidente di Ipsos, che si è focalizzato sull’attuale visione conflittuale della tecnologia da parte della società italiana. “L’ambivalenza è molto forte perché da un lato c’è consapevolezza che la tecnologia migliora la vita e aiuterà a risolvere dei problemi, ma dall’altro 3 cittadini su 4 sono convinti che le piattaforme social detengano troppo potere, ha mostrato Pagnoncelli. E poi, come ulteriore contrapposizione, la convinzione diffusa che i dati raccolti online siano fin troppo sfruttati dalle aziende va di pari passo con una comprensione molto limitata delle regole, che di fatto acuisce questo timore diffuso.

Nando Pagnoncelli (foto: Senia Ferrante)

L’altro spunto di riflessione proposto da Pagnoncelli è che nessuno è davvero al riparo dal techlash, ossia da quella intensa reazione negativa suscitata dalle grandi aziende tecnologiche e dal loro dominio. “Quasi quasi 9 persone su 10 sono consapevoli dell’attualità di questo tema”, ha chiarito Pagnoncelli, “e anche del fatto che questa crisi potrebbe impattare pure su ambiti ben più ampi dell’azienda hi-tech direttamente coinvolta”. Una prima chiave per affrontare il techlash potrebbe essere anzitutto la trasparenza, e tra le altre richieste che si fanno via via più insistenti ci sono temi come la difesa degli utenti dagli attacchi hacker, la gestione delle fake news, la tutela della libertà di espressione e il contrasto alle forme di dipendenza dalla tecnologia. “C’è quasi la richiesta di un un atteggiamento pedagogico nei confronti del consumatore”, ha chiosato Pagnoncelli.

Nello sguardo multi-prospettico al mondo della sicurezza informatica, un altro tema caldo è quello della protezione dei nostri dispositivi, sia in termini individuali sia by design da parte di chi li progetta. “Sul lato utente ognuno di noi dovrebbe preoccuparsi di avere device sempre aggiornati, facendo molta attenzione ai siti che si visitano e ai software che si scaricano”, ha spiegato Gabriella Saraniti, che in Hp Italy è Commercial category manager. “Ma non finisce qui: soprattutto in mobilità, quando lavoriamo e condividiamo informazioni, va prestata attenzione al cosiddetto hacking visivo, che in generale è il secondo motivo in assoluto di furto delle password“. In pratica, quindi, può essere saggio tenersi al riparo dai vicini di posto guardoni, magari sfruttando tecnologie che stringono l’angolo di visuale dello schermo e inibiscono la vista a chi ci sta intorno.

Gabriella Saraniti
Gabriella Saraniti (foto: Senia Ferrante)

Sicurezza però non significa solo l’accesso ai nostri dispositivi personali come smartphone, computer o (sempre con maggior rilevanza) stampanti. “Dato che si lavora sempre meno in ufficio”, ha proseguito Saraniti, “oggi i dispositivi devo essere anche resilienti, ossia da un lato capaci di identificare i problemi, di proteggersi e ripristinare rapidamente le funzionalità in caso di problemi, e dall’altro lato devono essere resistenti.

Se le prime caratteristiche a cui si dà di solito attenzione sono la bellezza estetica, la leggerezza e l’essere sottile, sempre più basilare è che l’oggetto riesca a sopportare una serie di stress quotidiani. “Escursioni termiche, sabbia, colpi e piccole cadute sono all’ordine del giorno”, ha aggiunto Saraniti, “e perciò servono materiali resistenti e possibilmente riciclabili, vale a dire alluminio, magnesio e uso limitato di plastica. Infine non è sufficiente che i device superino i test interni alle aziende, ma è bene siano soggetti a certificazioni internazionali, magari pure di livello militare”.

Un tema introdotto già dai primi relatori, e approfondito dal presidente di Clusit Gabriele Faggioli, è quanto la sicurezza sia anzitutto una questione culturale. Al di là del fare comunicazione al grande pubblico sulle migliori pratiche e sugli errori più comuni, si aprono anche opportunità lavorative e di business. “Chiunque oggi abbia voglia di studiare e mettersi in gioco nell’ambito della sicurezza informatica trova lavoro subito, con stipendi incredibili e con la possibilità di viaggiare all’estero”, ha annunciato Faggioli. “È un settore che per anni e anni assorbirà lavoratori, e chi si butta su questo settore avrà – in un certo senso – la strada spianata”.

Gabriele Faggioli
Gabriele Faggioli (foto: Senia Ferrante)

Sempre in tema di imprese e business, “ormai anche mercati tradizionalmente lontani dalla sicurezza informatica, come quello delle caldaie, sono connessi”, ha raccontato Faggioli, intendendo sottolineare il reale impatto di questo trend sull’intera economia e società. Fino ad arrivare all’ambito dell’intelligenza artificiale: già oggi, infatti, gli algoritmi sono sfruttati sia per portare attacchi informatici sia per alzare le difese. “Più che l’intelligenza artificiale tradizionale, oggi la capacità computazionale”, ha concluso Faggioli, “tanto che già adesso molti sistemi di sicurezza si basano su sistemi predittivi, basati sull’analisi di grandi quantità di dati”.

Con Denis Jaromil Roio, attivista, ethical hacker, fondatore e Cto di dyne.org, si è fatto poi un piccolo salto indietro nel tempo, per affrontare in modo critico lo stato attuale della rete. “Rispetto al 1993, quando iniziai, internet è cambiata molto”, ha commentato Roio. “All’inizio era uno spazio amatoriale, con spazi di discussione in cui nessuno usava il proprio nome, si teneva molto alla propria privacy e le informazioni che si davano su di sé erano inserite in un contesto ben preciso. Una situazione piuttosto diversa da quella odierna, in cui sulle bacheche dei social network ci siamo abituati all’idea che le nostre informazioni siano di fatto accessibili a tutti, in modo indipendente dalla circostanza o dall’ambiente sociale. “La decontestualizzazione della nostra identità è un problema fondamentale per la privacy”, ha sintetizzato Roio.

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Denis ‘Jaromil’ Roio (foto: Senia Ferrante)

Allargando la prospettiva, Roio ha lasciato al pubblico alcune domande aperte sul senso stesso delle innovazioni che si stanno sviluppando. “Il vero dilemma verte sullo scopo per cui stiamo sviluppando le nuove tecnologie”, ha sintetizzato. “Il deep learning è una conoscenza talmente profonda che non possiamo capirla fino in fondo. Ma vogliamo davvero che le macchine sappiano più di noi?  O preferiamo sviluppare gli algoritmi in modo da capire che cosa le macchine effettivamente facciano?” L’invito dell’attivista è dunque di guardare a tecnologie che rendano più trasparente il modo in cui le macchine interagiscono e lavorano, quelle che in gergo vengono definite soluzioni human-centric. “È un’ambizione e a che fare con l’imprenditoria sociale, al fine di creare un ambiente migliore e di pace”, ha concluso.

Trasparenza e consapevolezza che sono state due delle parole chiave anche nell’intervento conclusivo della mattinata, che ha visto salire sul palco dell’auditorium superaffollato Pierluigi Paganini, Chief technology officer di Cybase e membro dell’Enisa, l’Agenzia europea per la sicurezza delle reti e dell’informazione. “In questo periodo stiamo migrando dal paradigma dall’internet delle cose all’internet delle persone, ha affermato. “Quando viaggiamo con in tasca uno smartphone abbiamo scarsa percezione di quanti dati su di noi vanno in circolazione”. E l’emblema di questa stortura è il preoccuparsi soprattutto del possedere l’ultimo modello di telefonino, ignorando al contempo tutto ciò che questo può raccogliere e fare in termini di dati personali, privacy e accessi.

Pierluigi Paganini
Pierluigi Paganini (foto: Senia Ferrante)

In chiusura, è arrivato anche un commento sul perimetro di sicurezza nazionale cibernetica, da poco operativo in Italia. “Il termine perimetro rischia di essere fuorviante”, ha premesso Paganini, “perché lascia intendere che sia qualcosa di blindato. Si tratta invece di un insieme di infrastrutture critiche, la cui sicurezza deve essere preservata”. In pratica, tutte le aziende che operano entro questo perimetro devono operare in maniera safe, e bisogna anche verificare che tutti i servizi che offrono seguano criteri e linee guida prestabilite. “Il cyberspazio è per sua natura senza frontiere”, ha aggiunto Paganini, “e se mal gestito può diventare un enorme problema dal punto di vista normativo, giuridico e anche per garantire la sicurezza stessa”.

Tra i tantissimi temi sfiorati o affrontati negli interventi degli ospiti, si è parlato anche di virus e malware (esteticamente) belli, di cyberspazio come anticipatore delle dinamiche geopolitiche, di costi degli adempimenti di sicurezza e di  privacy filter. Temi che si intrecciano con quelli che saranno affrontati nell’ultimo pomeriggio di Wired Trends, nell’appuntamento focalizzato sulle assicurazioni. Qui invece c’è il racconto dei primi sei eventi del palinsesto creato da Wired insieme a Ipsos, dedicati rispettivamente al retail, all’energia, alla trasformazione digitale, ai media, al lavoro e alle telecomunicazioni.

Wired Trends 2020
In collaborazione con Ipsos

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